L’uomo che non usciva mai dalla piazza
La vita, quella vera, assomiglia molto di più a un fiume. L'acqua non impreca contro le pietre. Le usa. È grazie alle pietre che cambia voce. Noi invece passiamo metà dell'esistenza a spostare sassi immaginari
C’è un uomo che vedo spesso in piazza: non so come si chiami. Ogni mattina attraversa la stessa piazza, si ferma davanti allo stesso bar, ordina lo stesso caffè, pronuncia quasi le stesse frasi. Potrebbe cambiare strada. Potrebbe sedersi altrove. Potrebbe perfino entrare in un altro locale. E invece no.
Un giorno mi sono chiesto una cosa strana. E se non fosse lui ad attraversare la piazza? E se fosse la piazza ad attraversare lui? Ci ho ripensato osservando noi. Perché gli esseri umani fanno una cosa curiosa: credono di abitare il mondo, ma spesso abitano soltanto l’idea che si sono fatti del mondo. È una differenza enorme. Un ragazzo prende un’insufficienza e decide di essere stupido. Un imprenditore fallisce e smette di chiamarsi imprenditore.
I fatti durano un istante. Le sentenze che emettiamo su quei fatti possono durare quarant’anni. La cosa sorprendente è che quasi nessuno mette in discussione il giudice. Discutiamo la realtà. Mai il tribunale che ci portiamo dentro. Forse è per questo che oggi siamo circondati da un mercato che promette di eliminare ogni attrito. Applicazioni che fanno prima di noi. Intelligenze artificiali che pensano al posto nostro. Corsi che garantiscono risultati senza inciampi. Perfino la pubblicità sembra suggerire che una vita buona sia una vita liscia. Ma i sentieri lisci esistono soltanto nei depliant.
La vita, quella vera, assomiglia molto di più a un fiume. L’acqua non impreca contro le pietre. Le usa. È grazie alle pietre che cambia voce. Noi invece passiamo metà dell’esistenza a spostare sassi immaginari. Perché il punto non è quasi mai l’ostacolo. È il nome che gli abbiamo dato. Ho l’impressione che la libertà non venga persa quando qualcuno ci chiude una porta. Cominciamo a perderla il giorno in cui smettiamo di provare la maniglia. Da quel momento viviamo dentro una stanza aperta.
E la cosa più inquietante è che, dopo un po’, impariamo perfino ad arredarla. Forse la vera maturità non consiste nell’avere più certezze. Consiste nell’accorgersi che molte delle convinzioni che difendiamo con più forza sono soltanto mobili che abbiamo sistemato dentro una stanza senza accorgerci che la porta non è mai stata chiusa. E allora mi torna in mente quell’uomo.
Ogni mattina passa nella stessa piazza. Ma ormai non riesco più a guardarlo senza chiedermi se sia davvero lui a ripetere sempre lo stesso percorso. O se, in fondo, non siamo tutti noi a lasciare che siano le nostre idee a portarci in giro, mentre continuiamo a illuderci di chiamarla libertà.







