Le prigioni non hanno più le sbarre. Hanno le nostre certezze
Purtroppo, scambiamo la tranquillità per equilibrio, la conferma per verità, la coerenza per maturità. E invece, qualche volta, la coerenza è soltanto una gabbia che abbiamo imparato ad arredare bene
Ieri ho visto un uomo discutere animatamente dinanzi ad uno dei tanti bar di Cava. Non stava difendendo un fatto. Stava difendendo sé stesso. La scena è durata pochi minuti. Le parole volavano come piatti. Nessuno ascoltava davvero l’altro. A un certo punto ho avuto la sensazione che, se anche qualcuno avesse portato una prova definitiva, non sarebbe cambiato nulla. Sarebbe stato come sparare al postino perché la lettera non ci piace.
Continuo a pensarci. Una delle più grandi illusioni della nostra epoca è credere che le persone cambino quando ricevono una risposta convincente. Non succede quasi mai. Le persone cambiano quando una domanda riesce a incrinare un’immagine che avevano di sé. È diverso. Molto diverso. Noi non difendiamo le idee. Difendiamo il ruolo che quelle idee hanno avuto nel costruire chi crediamo di essere.
Per questo cambiare opinione costa così tanto. Non è un esercizio di intelligenza. È quasi un piccolo lutto. Eppure c’è qualcosa che mi colpisce. Viviamo nel tempo che ha dichiarato guerra all’attrito. Un’app evita la fila. Un algoritmo evita il dubbio. I social ci mostrano persone che ci assomigliano e pensieri che confermano i nostri. Perfino gli acquisti arrivano prima ancora che maturi il desiderio. Abbiamo trasformato la frizione nel nemico. Ma è una stranezza tutta moderna. Perché in natura quasi nulla prende forma senza attrito. Il mare leviga gli scogli urtandoli. Il vento disegna le montagne consumandole. Perfino una cicatrice è il racconto di una ferita che non è stata evitata. Solo noi pretendiamo di diventare migliori senza essere messi in discussione.
Purtroppo, scambiamo la tranquillità per equilibrio, la conferma per verità, la coerenza per maturità. E invece, qualche volta, la coerenza è soltanto una gabbia che abbiamo imparato ad arredare bene. C’è una domanda che mi torna spesso in mente. Non riguarda ciò che penso. Riguarda ciò che proteggo. Qual è quella convinzione che difenderei anche davanti all’evidenza contraria? È lì che vale la pena fermarsi. Perché quasi sempre il punto in cui reagiamo con più rabbia coincide con il punto in cui abbiamo più paura di guardarci dentro.
Alla fine credo che nessuno cambi davvero idea da un giorno all’altro. Prima cambia lo sguardo. Poi, con calma, le idee sono costrette a rincorrerlo. E forse la vera libertà non consiste nell’avere opinioni sempre più solide. Consiste nel non trasformarle mai in un domicilio definitivo. Perché le case servono per abitare. Le convinzioni, invece, dovrebbero avere sempre almeno una finestra aperta. La domanda è semplice. Ma non concede scorciatoie. Quale finestra della tua vita hai chiuso così bene da non ricordare più nemmeno da che parte entrava la luce?







