La fede che disturba: quando la settimana del Corpus Domini non consola, ma interroga
Una fede viva non si misura dalla quantità di certezze che produce, ma dalla qualità delle domande che lascia aperte
C’è un equivoco sottile che attraversa anche il modo in cui oggi si vive la fede: l’idea che debba soprattutto tranquillizzare. Dare ordine, offrire significati già pronti, proteggere dal caos. Ma il Vangelo non nasce come dispositivo di sicurezza. Nasce come scarto. Come discontinuità.
Nella settimana del Corpus Domini a Cava de’ Tirreni, questo diventa visibile in un gesto semplice e spiazzante: una presenza che attraversa le strade. Non resta chiusa, non si isola. Esce. E nel farlo obbliga la città a guardarsi mentre passa. Ma qui bisogna essere onesti: il rischio è che anche il sacro diventi abitudine estetica.
Processione come tradizione, identità, memoria collettiva. Tutto vero. Ma insufficiente. Perché una fede che non crea domande nuove è solo cultura consolidata. Non è più profezia. La differenza è radicale: la cultura conserva, la profezia interrompe. La cultura dice “ricordati chi sei”, la profezia chiede “sei ancora ciò che dici di essere?”. E questa seconda domanda è molto meno comoda. Il Corpus Domini, nel suo nucleo più essenziale, non è un evento da osservare. È una presenza che chiede risposta. E ogni volta che viene ridotto a cornice identitaria o rito rassicurante, perde la sua forza più scomoda: quella di mettere in discussione lo sguardo di chi guarda.
Una fede viva non si misura dalla quantità di certezze che produce, ma dalla qualità delle domande che lascia aperte. Se non provoca attrito con il modo in cui viviamo il lavoro, il potere, il tempo, le relazioni, allora non sta incidendo nella realtà: la sta solo accompagnando. E qui sta il punto più difficile da accettare: la profezia non è mai comoda per chi la pratica.
Non consola, espone. Non chiude, apre. E spesso non dà risposte immediate, ma obbliga a rivedere le domande. Forse allora la vera questione non è “quanto è viva la nostra fede”, ma “quanto è disposta a disturbare la nostra normalità”. Perché se non succede questo — se nulla si incrina, se nulla interroga, se nulla ci costringe a riconsiderare ciò che diamo per ovvio — allora non è la fede a essere debole. È la nostra capacità di lasciarci raggiungere da qualcosa che non controlliamo più.







