Fortebraccio, la politica raccontata con una penna affilata
In un'epoca nella quale il dibattito pubblico corre alla velocità di una battuta sui social, Fortebraccio appartiene a un giornalismo che richiedeva tempo: tempo per leggere, per capire, per scegliere la parola giusta
Ci sono giornalisti che hanno raccontato la politica. E ce ne sono altri che, attraverso la politica, hanno saputo raccontare un’epoca, i suoi protagonisti, le sue debolezze e perfino le sue piccole vanità.
Mario Melloni, per tutti Fortebraccio, appartiene certamente alla seconda categoria.
Nato nel 1907 e scomparso nel 1989, Melloni fu una delle firme più originali del giornalismo politico italiano del Novecento. Sulle pagine de l’Unità, il suo celebre “Corsivo” divenne per anni un appuntamento quotidiano atteso dai lettori. Poche righe erano spesso sufficienti per trasformare un episodio parlamentare, una dichiarazione o una scelta politica in una piccola scena di teatro.
La sua arma era l’ironia. Un’ironia tagliente, affidata soprattutto alla lingua: giochi di parole, soprannomi, allusioni, deformazioni caricaturali. Fortebraccio non aveva bisogno di insultare. Gli bastava scegliere con precisione una parola.
Una delle sue invenzioni più fortunate fu “Lorsignori”, espressione ironica con cui indicava il mondo dei potenti e delle classi dirigenti. Era una parola apparentemente semplice, ma capace di evocare un intero universo sociale e politico. In essa c’era già, in miniatura, uno dei tratti distintivi di Fortebraccio: dire molto con pochissimo.
La sua satira prendeva spesso di mira gli avversari politici del Partito comunista italiano, sulle cui pagine scriveva, ma il bersaglio non era soltanto l’appartenenza politica. La sua scrittura colpiva comportamenti, contraddizioni, retoriche, pose e modi di esercitare il potere. E non risparmiava neppure esponenti della propria parte quando offrivano materia alla sua penna.
Spesso la battuta diventava memorabile proprio perché non si presentava come una battuta.
Fortebraccio amava infatti costruire i suoi pezzi come piccoli racconti. Un uomo politico poteva diventare un personaggio; una dichiarazione parlamentare poteva essere smontata con una sola frase; un avvenimento apparentemente secondario poteva diventare lo spunto per osservare un’intera classe dirigente.
Anche i titoli delle sue raccolte restituiscono qualcosa di quel mondo: Lor signori, I nodi al pettine, Fanfaneide, Se questo è un mondo, Non siamo gentili, A carte scoperte. Sono titoli che sembrano già l’inizio di un corsivo.
Interessante fu anche il confronto, spesso polemico, con Indro Montanelli. Due giornalisti collocati su fronti politici diversi si scambiavano stoccate attraverso le rispettive rubriche. Era un confronto aspro, ma apparteneva a una stagione del giornalismo nella quale la qualità della scrittura aveva un peso centrale e la polemica politica poteva diventare anche una gara di stile.
Ed è forse proprio questo che rende oggi interessante rileggere Fortebraccio.
Al di là delle appartenenze politiche e dei personaggi ormai consegnati alla storia, rimane la sua capacità di usare la lingua come strumento di osservazione del potere. Non la lingua burocratica dei comunicati, né quella spesso prevedibile della polemica politica, ma una lingua creativa, capace di sorridere mentre affonda il colpo.
In un’epoca nella quale il dibattito pubblico corre alla velocità di una battuta sui social, Fortebraccio appartiene a un giornalismo che richiedeva tempo: tempo per leggere, per capire, per scegliere la parola giusta.
Forse è anche per questo che alcune delle sue formule continuano a essere ricordate, molto tempo dopo i protagonisti contro i quali erano state scritte.
Fortebraccio ricorda che l’ironia non è il contrario della serietà. Può essere, al contrario, uno dei modi più seri per guardare il potere.
E che una buona penna, qualche volta, può lasciare un segno più duraturo di un lungo discorso.






