scritto da Tina Contaldo - 30 Aprile 2026 06:28

Io sono una giornalista perché…

Se un giorno dovessi diventare giornalista vorrei essere un’inviata di guerra, vorrei diventare la voce che sovrasta i rumori di un qualcosa di impensabile come la mancata solidarietà tra esseri umani

Nel mio immaginario la professione di giornalista è una professione di autenticità.

Nell’immaginario comune il giornalista è una persona scomoda, che si insinua tra le parole per ricavare un senso sul mondo e i suoi microcosmi.

Nell’immaginario pop il giornalista è visto come qualcuno che riporta, che rimanda, che fa vivere un’esperienza.

Ma è nel mio intimo, nell’incrociarsi di queste visioni e nei miei sogni che io ho scelto di essere una giornalista perché non mi accontento.

Ho letto da poco il giallo di Dacia Maraini “Voci”, un libro sulle donne, sul loro corpo e anche sul giornalismo. Ho letto questo romanzo invitata dal titolo, non perché conoscessi la trama. Pensare che di voci ce ne sono davvero tante mi ha fatto subito mettere mano al portafogli. Voci, tante voci si susseguono nella vita di una persona, voci morbide, altre profonde, altre che si vogliono imporre, altre con un’identità forte, altre silenziose. Sono quelle silenziose che hanno bisogno di eco. Le voci mitigate dalla morale contemporanea che non fa giustizia e non discerne ciò che è giusto e ciò che è sbagliato

30; vorrei essere la voce che decostruisce quei rumori assordanti e non ha paura di credere di poter fare la differenza e dare voce all’impalpabilità del rumore. Vorrei essere un’ambasciatrice di pace in un mondo che non ne ha, in un mondo diverso dal mio che nonostante la pace apparente, di rumore ne fa tanto.

Se un giorno dovessi fare la giornalista, vorrei essere un’opinionista perché posseggo la conoscenza, perché non ho paura di chi è tirannico e nemmeno di chi è apolitico. L’opinione è data a tutti, ma la conoscenza per avere un’opinione la posseggono tutti? Direbbe Platone a me che mi accingo in punta di piedi a scrivere di altri e delle loro idee e capire se hanno un significato costruttivo o istrionico.

Se un giorno dovessi fare la giornalista, mi inarcherei verso le pagine di cultura. Che bello! Le più liete, la ciliegina sulla torta. Come mi piacerebbe andare a scovare l’ultima pièce teatrale o cinematografica o anche artistica e commentare, inebriarmi di calici di cultura.

Questo è quello che farei se fossi una giornalista e garantirei spazio a interviste a cuore aperto con cuore in mano proprio come faceva Orianna Fallaci di cui ho iniziato a leggere i libri alle medie in giovane età assieme ai romanzi di Isabel Allende, nello specifico “Paula”.

Avendo sempre una macchina fotografica con me immortalerei giovani e anziani o meno giovani e luoghi deserti o affollati come faceva Tiziano Terzani o Salgado, giornalisti e fotografi che animano il mio mondo in questo mio ultimo tentativo di fare la giornalista. Perché di anni ne ho 35, forse non ho la grinta di un giovane ventenne ma sicuramente ho un’analisi del rischio più immediata perché il mondo lo conosco da vicino e scrivo per un giornale locale e scrivo di progresso di progetti locali di migranti e di emozioni, di libri e poesie.

Laureata in Comunicazione Internazionale con una tesi su l’Antigone di Judith Butler, ha proseguito gli studi con un master in Europrogettazione e Internazionalizzazione delle imprese. Parla inglese, francese, greco e italiano e ha una forte passione per la scrittura che la caratterizza sin da bambina quando scriveva sceneggiature e racconti emozionanti e creativi. Fotografa e pittrice. Scrive poesie prendendo ispirazione dall’attualità soprattutto concentrandosi sul rapporto uomo/donna e sui fenomeni di migrazione volontaria o meno. Vive a Cava de' Tirreni ed è parte della Filellenica.

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