scritto da Gennaro Pierri - 14 Giugno 2026 09:58

Cava de’ Tirreni, la città ha ancora bisogno di salire al Castello?

Una città non muore quando perde una tradizione. Muore quando perde una ragione per alzare lo sguardo

C’è qualcosa di strano che accade ogni anno. Per qualche giorno una città del XXI secolo interrompe il proprio ritmo abituale e si mette a fare una cosa apparentemente inutile: guarda indietro. Abiti antichi. Bandiere. Tamburi. Processioni. Riti che arrivano da secoli lontani.

E ogni volta qualcuno pensa la stessa cosa: che bella tradizione. Io invece credo che il punto sia un altro. Le tradizioni sopravvivono quando riescono ancora a dire qualcosa sul presente. Quando smettono di farlo diventano folklore. Cartoline. Scenografie.

La domanda allora non è come sia andata la Festa di Montecastello. La domanda è: perché continuiamo ad averne bisogno? Perché una città che possiede smartphone, intelligenza artificiale, social network e connessioni globali sente ancora il bisogno di salire simbolicamente verso un Castello? Forse perché il progresso ha risolto molti problemi, ma non quello fondamentale: capire chi siamo. Da mesi il dibattito cittadino è occupato da elezioni, schieramenti, programmi, polemiche. Adesso c’è un nuovo sindaco. Cambiano i nomi, cambiano le maggioranze, cambiano le promesse. È il gioco normale della democrazia. Ma c’è una domanda che nessuna campagna elettorale riesce davvero a risolvere: che cosa tiene insieme una città? Non le strade. Non i bilanci. Non i regolamenti.

Le città restano vive finché condividono un racconto. La storia che Montecastello custodisce da secoli nasce da una comunità che, davanti alla paura e alla fragilità, non sceglie di chiudersi ma di salire.

È questo il verbo decisivo: salire. Salire significa non rassegnarsi. E forse oggi il rischio più grande non è la crisi economica, né la carenza di servizi. Il rischio più grande è l’abbassamento delle aspettative. È quando una comunità smette di credere di poter essere qualcosa di più della somma dei propri interessi.

Per questo, finita la festa, resta una domanda scomoda. Siamo stati capaci di riempire piazze e strade per una settimana. Saremo capaci di riempire di senso i prossimi mesi? Perché una città non muore quando perde una tradizione. Muore quando perde una ragione per alzare lo sguardo.

E forse il segreto più profondo di Montecastello è proprio questo: ricordarci che ogni comunità, prima o poi, deve decidere se limitarsi ad abitare un territorio oppure scegliere una direzione. Le case fanno una città. Ma solo una meta fa un popolo.

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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