scritto da Gennaro Pierri - 13 Giugno 2026 09:55

Sant’Antonio e la grande fame del nostro tempo

Viviamo nell'epoca dell'abbondanza eppure ci sentiamo affamati. Abbiamo più informazioni di qualsiasi generazione della storia, ma meno sapienza. Più connessioni, meno relazioni. Più visibilità, meno identità. Più parole, meno significato. Ecco perché il simbolo più attuale di Sant'Antonio non è il giglio che stringe tra le mani. E' il pane

Non credo che il miracolo più famoso di Sant’Antonio sia quello che pensiamo. Non è il pesce che ascolta la predica. Non è il mulo che si inginocchia davanti all’Eucaristia. Non sono nemmeno le chiavi ritrovate dopo una preghiera disperata.

Il miracolo più sorprendente è un altro: che un uomo morto nel 1231 continui a parlare a persone che vivono nell’epoca degli smartphone, dell’intelligenza artificiale e dei social network. Perché succede? Forse perché Antonio aveva capito qualcosa dell’essere umano che noi stiamo dimenticando. Viviamo nell’epoca dell’abbondanza eppure ci sentiamo affamati. Abbiamo più informazioni di qualsiasi generazione della storia, ma meno sapienza. Più connessioni, meno relazioni. Più visibilità, meno identità. Più parole, meno significato. Ecco perché il simbolo più attuale di Sant’Antonio non è il giglio che stringe tra le mani.

È il pane. Per secoli il “Pane di Sant’Antonio” è stato un gesto concreto di condivisione. Un pezzo di pane dato a chi ne aveva bisogno. Niente di straordinario. Niente di spettacolare. Eppure proprio qui si nasconde una verità che oggi sembra rivoluzionaria. Antonio aveva capito che la miseria più pericolosa non è sempre quella del portafoglio. Esiste una povertà più subdola. La povertà di chi non trova più il senso delle cose.

La povertà di chi corre senza sapere verso dove. La povertà di chi possiede tutto e non desidera più nulla. Forse è questa la ragione per cui le persone continuano a cercarlo. Non per ritrovare un oggetto. Ma per ritrovare un orientamento.

In fondo, quando diciamo di aver perso qualcosa, quasi mai parliamo davvero di una cosa. Abbiamo perso tempo. Abbiamo perso fiducia. Abbiamo perso entusiasmo. Abbiamo perso qualcuno. Abbiamo perso noi stessi. E allora la devozione popolare, spesso liquidata con superficialità dagli intellettuali, rivela una straordinaria intuizione: l’uomo contemporaneo continua a bussare alla porta di Sant’Antonio perché continua a sentirsi smarrito. La differenza è che nel Medioevo ci si perdeva nei boschi. Oggi ci si perde dentro se stessi. Forse il santo dei miracoli non è colui che fa accadere l’impossibile. Forse è colui che ci ricorda ciò che dovrebbe essere normale e che abbiamo dimenticato: una vita non si misura da ciò che accumula, ma da ciò che dona.

Per questo Sant’Antonio resta scandalosamente moderno. Non perché abbia risposte nuove. Ma perché continua a porre una domanda antica che nessuna tecnologia potrà eliminare: «Di che cosa hai veramente fame?». E forse il problema del nostro tempo è che non sappiamo più rispondere.

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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