Il fallimento esiste. Ma non è quello che credi
Ogni esperienza o ti chiarisce o ti confonde. E qui sta il punto: puoi perdere e diventare più lucido, oppure “vincere” e restare identico. Il vero fallimento è restare uguali
Stavo preparando l’articolo per oggi con tutt’altro tema e mi arriva (sono le 00.50) un messaggio di una mia ex alunna che non ha preso un’esame all’università: “prof. sono una fallita, sto piangendo da oggi”.
E allora prendo spunto da questo messaggio e dalle copiose lacrime che staranno contribuendo senz’altro a scongiurare una possibile crisi idrica nei prossimi mesi estivi per il mio articolo quotidiano.
C’è un momento preciso in cui iniziamo a mentirci: quando chiamiamo “fallimento” qualcosa che non abbiamo ancora capito. Attenzione: il fallimento esiste. Non è una parola da cancellare. È una parola da usare meglio. Fallire non è perdere. Fallire è non imparare nulla da ciò che perdi. Abbiamo ridotto tutto a una logica binaria: o vinci o perdi. Ma la vita non funziona così. Funziona per accumulo di consapevolezza.
Ogni esperienza o ti chiarisce o ti confonde. E qui sta il punto: puoi perdere e diventare più lucido, oppure “vincere” e restare identico. Il vero fallimento è restare uguali. Ribaltare la prospettiva non significa raccontarsi favole. Significa fare un’operazione più dura: distinguere tra errore e identità. Hai sbagliato una scelta? Bene. Ma non sei quella scelta.
E soprattutto: analizza. Freddamente. Senza poesia. Cosa non ha funzionato? Cosa rifaresti uguale? Cosa no? Se non rispondi a queste domande, non stai crescendo: stai solo rielaborando emotivamente. Chi evita questa fatica si rifugia in due estremi: l’autoassoluzione (“va tutto bene”) o l’autocondanna (“sono un fallito”). Entrambi sono modi per non cambiare.
La verità è più scomoda: cambiare richiede metodo. Scrivi gli errori. Nominali. Isolali. Correggili. Riprova. Niente retorica. Solo lavoro. Alla fine, la domanda non è se hai fallito. È: cosa hai fatto, concretamente, perché non accada di nuovo? E se la risposta è “niente”, allora sì, lì hai fallito davvero.







