scritto da Francesco Angrisani - 16 Settembre 2026 13:13

Majorana e Caffè, due grandi che scomparvero dalla scena

Ettore Majorana e Federico Caffè: due uomini, due epoche, due straordinari percorsi intellettuali. E un destino sorprendentemente simile: scomparire, lasciando dietro di sé una scia di interrogativi

Ci sono uomini che entrano nella storia attraverso ciò che hanno scritto, scoperto o insegnato. E poi ci sono uomini che, quasi paradossalmente, vi entrano anche attraverso ciò che hanno scelto di non dire.

Ettore Majorana e Federico Caffè appartengono a questa seconda, rarissima categoria.

Un grande fisico teorico e un grande economista. Due personalità lontane per formazione, disciplina e generazione. Eppure accomunate da una vicenda che ancora oggi interroga chi cerca di comprendere non soltanto la loro scomparsa, ma anche la possibilità che, in modi e circostanze molto diverse, abbiano voluto sottrarsi alla scena pubblica.

Majorana scompare nel 1938, a soli 31 anni. Caffè nel 1987, a 73. In entrambi i casi, la sorte finale non è stata chiarita in modo definitivo. Restano documenti, testimonianze, ricostruzioni e ipotesi. E soprattutto resta una domanda: si trattò di una morte oppure di una volontaria uscita di scena?

La risposta, per entrambi, rimane avvolta nell’incertezza.

Ettore Majorana, il genio che si sottrasse

Ettore Majorana era considerato da Enrico Fermi uno dei più brillanti fisici della sua generazione.

Membro del gruppo dei cosiddetti ragazzi di via Panisperna, Majorana possedeva una capacità di intuizione fuori dal comune. Era però anche un uomo schivo, inquieto, poco interessato alla notorietà e, in alcuni periodi della sua vita, insofferente nei confronti dell’ambiente che lo circondava.

Nel marzo del 1938 si reca a Palermo. Poco dopo, scompare.

Da quel momento prende forma uno dei più celebri misteri italiani del Novecento.

Suicidio? Fuga? Una scelta deliberata di isolamento? Una nuova vita sotto un’altra identità?

Nel corso dei decenni sono state avanzate numerose ipotesi, senza che una di esse sia riuscita a imporsi come verità definitiva.

Leonardo Sciascia, nel celebre La scomparsa di Majorana, non si limita a interrogarsi sul luogo in cui il fisico potrebbe essere finito. Cerca soprattutto di comprendere l’uomo che avrebbe potuto decidere di sottrarsi al destino pubblico che lo attendeva.

Ed è proprio questo aspetto a rendere significativo, pur nelle profonde differenze, il confronto con Federico Caffè.

Federico Caffè, il maestro e il silenzio

Federico Caffè apparteneva a un’altra generazione e a un altro universo culturale.

Economista di grande rigore, docente alla Sapienza di Roma e maestro di intere generazioni di studiosi, Caffè dedicò la propria attività alla difesa dell’economia sociale, della dignità del lavoro e del ruolo dello Stato nella tutela delle fasce più deboli.

Era un uomo di studi, ma anche un intellettuale profondamente attento alla dimensione umana e sociale dell’economia.

Nel 1987, a 73 anni, scompare dalla sua abitazione romana.

Da allora, non è mai stata accertata in modo definitivo la sua sorte.

Una delle testimonianze più significative sulla possibilità di una volontaria sottrazione alla vita precedente è quella di Bruno Amoroso, suo allievo e collaboratore.

Nelle sue memorie, Amoroso ha raccontato una ricostruzione secondo la quale Caffè avrebbe potuto scegliere di allontanarsi volontariamente dalla vita pubblica e accademica, conducendo un’esistenza appartata, lontana dalla notorietà e dal mondo che aveva frequentato per decenni.

È un’ipotesi suggestiva, soprattutto perché proviene da una persona che aveva conosciuto Caffè da vicino. Ma resta, appunto, un’ipotesi testimoniale e non una verità storicamente accertata.

Ed è importante mantenere questa distinzione.

Non necessariamente una fuga, ma una sottrazione

È qui che le vicende di Majorana e Caffè possono incontrarsi.

Non sappiamo se entrambi abbiano realmente scelto di continuare la propria esistenza lontano dagli occhi del mondo. E non possiamo trasformare testimonianze, indizi e interpretazioni in certezze.

Possiamo però osservare un elemento comune: entrambi erano uomini che avevano raggiunto una posizione nella quale avrebbero potuto continuare a essere protagonisti, e invece scomparvero dalla scena pubblica.

La definizione di “uscita di scena” può allora essere utile, purché venga intesa come metafora e non come ricostruzione certa dei fatti.

Non necessariamente una fuga. Non necessariamente un rifiuto della vita.

Piuttosto, l’ipotesi di una scelta estrema: interrompere il rapporto con il mondo conosciuto, con il proprio ruolo, con le aspettative degli altri.

Majorana avrebbe potuto diventare uno dei protagonisti assoluti della fisica del Novecento. Caffè avrebbe potuto continuare a essere uno dei punti di riferimento dell’economia italiana.

Entrambi, invece, lasciarono un vuoto.

Due scomparse che diventano una domanda

C’è qualcosa di profondamente affascinante nella storia di questi due uomini: le loro vicende continuano a vivere non soltanto attraverso le opere scientifiche e culturali che ci hanno lasciato, ma anche attraverso il mistero della loro sottrazione.

Majorana ha lasciato intuizioni che hanno attraversato la fisica moderna.

Caffè ha lasciato allievi, libri, idee e una concezione dell’economia come strumento al servizio della persona.

Ma entrambi ci hanno lasciato anche qualcosa di diverso: una domanda.

Quanto può essere forte, in un uomo, il desiderio di sottrarsi al ruolo che il mondo gli ha assegnato?

Forse è proprio questo il filo, sottile ma suggestivo, che permette di accostare il fisico di via Panisperna e l’economista della Sapienza.

Non perché le loro storie siano identiche. Non lo sono.

Non perché sia dimostrato che entrambi abbiano scelto consapevolmente di scomparire. Non è dimostrato.

Ma perché entrambi, in modi diversi e ancora oggi enigmatici, interruppero il rapporto con la scena pubblica e lasciarono dietro di sé un’assenza più eloquente di molte parole.

Due grandi uomini, due epoche diverse, due misteri.

E una domanda che rimane aperta:

quanto può essere radicale il desiderio di sottrarsi allo sguardo degli altri?

Forse non avremo mai una risposta definitiva.

Ed è proprio per questo che, ancora oggi, continuiamo a chiederci dove siano finiti Majorana e Caffè — e, soprattutto, perché abbiano scelto, o forse semplicemente siano stati costretti, a scomparire dalla scena.

Cavese, dopo la maturità scientifica prosegue gli studi in Economia e Commercio, ma è il mondo del volontariato a segnare in modo decisivo il suo percorso umano. Fin dal 1980 si impegna nell’associazionismo ambientalista, muovendo i primi passi nel M.A.P.A.N. (Movimento Anticaccia Protezione Animali Natura), con cui promuove campagne di sensibilizzazione contro la strage dei cuccioli di foca destinati all’industria delle pellicce. Il suo impegno civile si amplia con iniziative di respiro internazionale, tra cui la raccolta firme a sostegno della candidatura di Nelson Mandela al Premio Nobel per la Pace. Per quasi un decennio dedica tempo ed energie alla tutela dei cani abbandonati, collaborando con un ricovero situato tra Vietri sul Mare e Molina, occupandosi dell’assistenza agli animali e della sensibilizzazione sul tema del randagismo. Parallelamente porta avanti un percorso politico locale, diventando consigliere della Prima Circoscrizione di Cava de’ Tirreni nella Lista Verde Alternativa, con un’attenzione particolare alla tutela ambientale e alla partecipazione civica. La sua vocazione per uno stile di vita sostenibile si traduce anche in un progetto imprenditoriale: è cofondatore de L’Orto Biologico, negozio specializzato in alimenti biologici che da quasi quarant’anni promuove un’alimentazione sana, il consumo consapevole e il rispetto dell’ambiente.

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