Aldo Moro, tra la realtà storica e la ricostruzione di Marco Bellocchio

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Vita e morte di Aldo Moro  

Il film per la TV dal titolo “Esterno Notte” di Marco Bellocchio, trasmesso da RAI1 il 14, 15 e 17 novembre, ha ricordato agli Italiani una delle figure più luminose, ma pure più controverse, della nostra storia recente, prevalentemente quella politica, ma non solo.

Marco Bellocchio si è cimentato in una prova degna della sua cultura e della sua estrazione politica e sociale, e, nello specifico, gli si può perdonare qualche divagazione che sembra travisare la realtà dei fatti.

In una intervista pubblicata lo scorso 11 novembre dal Venerdì di Repubblica, Marco Bellocchio ha confidato che il progetto di un suo film su Moro, che facesse seguito ai precedenti girati da altri celebri registi italiani e recitati da attori del livello, come il film Todo Modo di Elio Petri interpretato da Gian Maria Volonté, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, per fare un solo esempio, lo aveva in mente da molti anni.

Il risultato ottenuto è stato degno delle aspettative, ed è stata probabilmente utile la lunga gestazione in quanto è nata un’opera esemplare inconsueta, non oleografica e celebrativa, anche se le tre puntate trasmesse in TV probabilmente sono state lunghe e hanno portato a qualche lentezza nella seconda e nella terza, durante le quali si sono notate ripetizioni che potevano essere evitate.

Evidentemente la trasposizione per la TV in tre puntate del film originario, presentato a Cannes lo scorso maggio, ha determinato queste sfasature.

Ma prima di addentrarci nel commento critico della trasposizione televisiva di Esterno notte, sembra corretto ricordare chi è stato Aldo Moro e quello che accadde tra i mesi di marzo e maggio del 1973, dal rapimento alla morte.

Aldo Moro era nato a Maglie (Le) il 23 settembre 1916, la morte violenta avvenuta a Roma il 9 maggio 1978 lo colse all’età di soli 62 anni.

E’ stato un politico e giurista italiano, impegnato in politica dall’inizio della Repubblica, rivestendo incarichi dal maggio 1948: dal 27 maggio di quell’anno fu Sottosegretario di Stato al Ministero degli Esteri nel Governo De Gasperi.

Cattolico praticante, nonostante i gravosi impegni politici, non è mai venuto meno alla sua attività professionale di giurista e docente universitario.

 

Nel 1945 sposò Eleonora Chiavarelli, con la quale ebbe quattro figli: Maria Fida (1946), Anna (1949), Agnese (1952) e Giovanni (1958).

Dal punto di vista politico, allorquando si rese conto che erano maturi i tempi per coinvolgere nel governo del paese le forze di sinistra, anche sulla spinta delle violente manifestazioni di piazza da parte di estremisti e anarchici, convinto che la piazza si potesse calmare solo col coinvolgimento dei partiti di sinistra, si diede da fare in tal senso.

Persona di grande fermezza, ma tranquilla e ragionevole, dotata di un eloquio suadente, riusciva sempre ad assolvere al ruolo di mediatore in tutte le circostanze, finanche in quelle che lo vedevano contro gruppi contrari all’interno del suo stesso partito, la DC; aveva il dono di conciliare varie posizioni, e probabilmente questo fu uno dei motivi per i quali le Brigate Rosse vedevano in Moro l’elemento che certamente avrebbe portato la sinistra al governo del paese, come poi accadde, contro le convinzioni degli altri esponenti della DC nel governo, tra i quali Giulio Andreotti il quale, all’epoca del rapimento di Moro, era Presidente del Consiglio.

Durante la lunga carriera politica Aldo Moro ha rivestito numerosissimi incarichi, tra i quali quella di Presidente del Consiglio nel 1964, nel 1966, nel 1974 e nel 1976.

Nel 1971 Moro fu proposto come candidato per la DC alla Presidenza della Repubblica, in alternativa a Giovanni Leone che prevalse.

Il suo rapimento da parte delle Brigate Rosse scaturì dalla carica di Presidente della DC, rivestita dal 14 ottobre 1976, dopo esserne stato Segretario dal 17 marzo 1959, e Vice-Presidente orientato a una coalizione di governo di centro-sinistra, non poco osteggiato da tanti notabili DC.

A tal proposito c’è chi ha sostenuto che quel rapimento fosse stato accolto quasi con favore da elementi della DC che non condividevano la sua linea politica.

Anche il Governo americano venne coinvolto, tant’è che, durante i circa due mesi del sequestro, gli USA inviarono in Italia un super-poliziotto come osservatore; e pure questo venne interpretato come una presenza finalizzata a seguire l’evoluzione “negativa” della vicenda, giacché gli USA non avevano piacere che le sinistre entrassero nel governo italiano.

Durante i 55 giorni della prigionia ci fu un fervore di iniziative, da parte di tanti estimatori dello statista e della famiglia, per tentare di salvarlo.

A parte le suppliche rivolte ai rapitori dal Pontefice Paolo VI, da tanti parlamentari e personaggi autorevoli, ed a tante altre iniziative per il suo rilascio, perfino una raccolta di 20 miliardi delle vecchie lire organizzata dal Vaticano, nulla si concluse.

Giovedì 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo, il quarto guidato da Giulio Andreotti, la Fiat 130 che trasportava Moro dalla sua abitazione, nel quartiere Trionfale, zona Monte Mario di Roma, alla Camera dei deputati, venne intercettata da un commando delle Brigate Rosse all’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa.

Gli uomini delle Brigate Rosse, travestiti da piloti, uccisero i cinque uomini della scorta (Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il Presidente della Democrazia Cristiana; un’azione meticolosamente preparata ed eseguita da uomini perfettamente addestrati;  i numerosi colpi sparati dalle mitragliette contro le auto e gli agenti della scorta, tutti morti, non scalfirono Aldo Moro che rimase illeso, fu immediatamente trasferito in un’altra vettura, probabilmente cloroformizzato, e da quel momento scomparve dalla circolazione.

Gli uomini politici e l’opinione pubblica si divisero in due gruppi contrapposti, uno dei quali sosteneva la linea della intransigenza, cioè la impossibilità per lo stato di venire a patti con le Brigate Rosse, cosa che avrebbe costituito un implicito riconoscimento delle stesse come un antistato con il quale trattare.

Ma furono tantissimi gli uomini politici e i personaggi influenti che volevano seguire una linea più possibilista, ed a spingere perché si trattasse con le BR, al solo scopo di salvare la vita del prigioniero.

Ma nulla valse, anche perché alcuni tentativi di mediazione, effettuati a titolo personale, vennero ostacolati da falsi mediatori, qualcuno interessato al cospicuo fondo di 20 miliardi raccolto dal Vaticano, che non fu utilizzato.

Probabilmente se ci fosse stato un efficace coordinamento da parte del Governo, non è escluso che si sarebbe potuto arrivare ad una conclusione diversa; ma all’epoca probabilmente non si pensò a tale strategia, probabilmente anche perché una parte politica influente si era schierata per la linea intransigente, lasciando ad altri le iniziative per una eventuale trattativa: ma queste sono considerazione che, a distanza di tanto tempo, sono perfettamente inutili.

Il cadavere di Aldo Moro venne trovato in Via Caetani in una Renault 4 rossa, dopo 55 giorni, il 9 maggio 1978, su segnalazione telefonica al prof. Tritico, collaboratore di Moro, da parte del brigatista Valerio Morucci; l’auto col cadavere nel bagagliaio era a pochi passi da Piazza del Gesù, dov’era la sede della DC.

Si era conclusa così la esistenza in vita di Aldo Moro, che per 55 giorni era stato cercato in tutta Roma, e anche altrove, da ingenti forze di Polizia e Carabinieri.

Dalle notizie di stampa sembrava che la città fosse blindata, ma in quei giorni l’estensore di questo articolo era a Roma e girò in auto per tutta la città senza alcun problema e senza incontrare un solo posto di blocco.

E’ indispensabile, a questo punto, un cenno alle lettere scritte da Moro durante la sua prigionia, sia alla famiglia sia ai politici, il cui percorso pure divenne tormentato, anche perché non sempre venivano correttamente recapitate e talvolta furono scoperte mercé una rete di intercettazioni telefoniche che il Ministero degli Interni aveva predisposto molto rapidamente, ponendo sotto controllo h. 24 moltissimi telefoni.

Lettere dalle quali si scopre un Moro diverso da come era stato prima, stressato dai lunghi interrogatori ai quali lo sottoponevano i brigatisti, confinato in uno sgabuzzino ricavato nell’appartamento nel quale era stato portato, un uomo colpito profondamente e attanagliato dalla paura di essere ammazzato, di non poter rivedere la famiglia e l’adorato nipotino, un uomo che teneva molto alla vita che sentiva venir meno giorno dopo giorno.

(1 – segue)

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