Price cap non basta: a ottobre spesa energetica su di 1 miliardo rispetto al 2023
A fare i calcoli è l’Ufficio studi della CGIA che ha messo a confronto i prezzi medi della verde e del gasolio per autotrazione pagati nel 2025 con quelli stimati per il 2026, ipotizzando che quest’anno si consumi la stessa quantità di carburante dell’anno scorso
Anche se ENI e altre compagnie petrolifere hanno deciso di fissare per ottobre un tetto ai prezzi di benzina e diesel, il conto resta salato: rispetto ad un mese dello scorso anno, famiglie e imprese italiane spenderanno comunque 1,1 miliardi di euro in più.
A soffrire di più saranno le grandi aree metropolitane del Paese, con Roma in testa (+68,5 milioni di euro), seguita da Milano (+49,5), Napoli (+39,6), Brescia (+31,2), Torino (+27,8) e Bari (+25,6).
A fare i calcoli è l’Ufficio studi della CGIA che ha messo a confronto i prezzi medi della verde e del gasolio per autotrazione pagati nel 2025 con quelli stimati per il 2026, ipotizzando che quest’anno si consumi la stessa quantità di carburante dell’anno scorso. In sostanza, nonostante lo sconto temporaneo introdotto in questi giorni da molte major petrolifere presenti in Italia, i rincari per automobilisti e imprese restano molto pesanti.
Da inizio del conflitto ad oggi, infatti, il prezzo medio alla pompa della verde è salito del 29,1 per cento, quello del gasolio per autotrazione addirittura del 36,6 per cento.
Caro carburanti: chi paga il conto della guerra?
Finché il conflitto in Medioriente non si chiuderà, è difficile immaginare che i prezzi alla pompa tornino ai livelli precedenti alla crisi. Le tensioni sulle forniture, l’incertezza sulle rotte del greggio e la volatilità dei mercati energetici continuano a riflettersi sul prezzo di benzina e diesel.
A pagarne il prezzo più alto sono i pendolari, soprattutto quelli che vivono in aree poco servite dal trasporto pubblico e per cui l’auto è l’unica alternativa reale per raggiungere il posto di lavoro. Per molte famiglie la spesa per il carburante è diventata una voce fissa e ingombrante, che erode il potere d’acquisto e obbliga a rinunciare ad altro. Ancora più esposte sono le imprese: autotrasportatori, agricoltori, pescatori, taxisti e piccole aziende di servizi vedono crescere i costi di gestione, spesso senza la possibilità di scaricarli sui clienti.
Nell’attesa di una soluzione sul piano geopolitico, che non dipende da noi e, purtroppo, non ha tempi certi, la domanda è concreta: dove trovare le risorse per alleviare questi aumenti? In linea di massima le strade possibili sono un paio e nessuna è priva di controindicazioni.
Mitigare i prezzi con taglio delle uscite
Nel 2026, al netto degli interessi, la spesa pubblica del nostro Paese toccherà il livello record di quasi 1.090 miliardi di euro: una contrazione anche solo dell’1 per cento libererebbe quasi 11 miliardi di euro, risorse che potrebbero essere destinate a contenere gli aumenti dei prezzi di benzina, diesel e, in vista del prossimo inverno, anche di luce e gas. È vero che una parte consistente di queste uscite è già stata impegnata e nessuno, tanto meno noi, ha in mente di intervenire tagliando lo stato sociale.
Ci mancherebbe altro.
Tuttavia, esistono ancora capitoli di bilancio sui quali sarebbe possibile intervenire, tagliando sprechi, sperperi e inefficienze. Ricordiamo, a titolo esemplificativo, che gli italiani beneficiano ogni anno di ben 130 miliardi di euro di agevolazioni fiscali tra deduzioni e detrazioni.
Ci chiediamo: vista la situazione di emergenza che stiamo attraversando, non sarebbe possibile, attraverso un’attenta razionalizzazione di tali benefici, recuperare una decina di miliardi di euro da destinare al contrasto del caro carburante?
In alternativa? Più debito, previo ok di Bruxelles
A tre mesi dalla fine dell’anno, ridurre le uscite di bilancio appare un’operazione tecnicamente difficile da realizzare. Resta quindi aperta la domanda su dove reperire le risorse necessarie per alleggerire il peso del caro carburante.
La CGIA torna a puntare il dito contro l’immobilismo di Bruxelles. Mentre i prezzi di benzina e diesel continuano a salire in tutto il continente, l’Unione europea, a differenza di quanto avvenne nel 2022 dopo lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, non ha concesso ai Paesi membri la possibilità di superare i vincoli di bilancio per compensare almeno in parte i rincari.
Si tratta di una scelta molto discutibile, che rischia di innescare la protesta soprattutto delle categorie professionali più esposte all’aumento dei costi dei carburanti: autotrasportatori, pescatori e agricoltori sono in stato di agitazione in tutta Europa. Certo, aumentando il debito finiremmo per scaricare il problema sulle generazioni future, senza risolverlo strutturalmente.
D’altra parte, però, daremmo un po’ di ossigeno a tanti automobilisti e ad altrettante attività economiche, che potrebbero recuperare un po’ di liquidità per riuscire a tirare avanti. (fonte CGIA)







