L’ANGOLO DELL’ANIMA I familiari di chi soffre di depressione

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Quasi una persona su cinque si ammala di depressione nel corso della vita. Una situazione difficile sia per chi ne è colpito che per i familiari. Tuttavia, i familiari possono fare molto per aiutare i malati.

La sofferenza è sempre personale, spesso incomunicabile, genera vissuti di solitudine, d’isolamento e di estraneità dal mondo e dagli altri, è paralizzante, blocca la volontà di relazionarsi all’altro, chiunque esso sia.

In particolare, la sofferenza originata dalla depressione fa percepire la vita come un tunnel oscuro senza via d’uscita e da percorrere da soli.

Quando un membro di un gruppo si ammala, il suo malessere riguarda e coinvolge l’intero gruppo. A tale regola non sfugge il gruppo “famiglia” quando un suo componente si ammala di depressione. Chi vive a stretto contatto con un depresso si trova spesso in difficoltà, non sa come affrontare la situazione e soffre quasi quanto la persona malata. Gli diventa difficile scegliere il comportamento adatto, rischia di turbare la persona coinvolta pur volendolo rassicurare o di deprimerlo pur intendendo confortarlo.

Gli obiettivi più importanti di chi vive accanto a questa sofferenza di un proprio caro di tali sono:

  • fare in modo che la persona malata non sia colpevolizzata dalla convinzione che potrebbe guarire semplicemente dandosi da fare, mettendoci un po’ di buona volontà;
  • ridefinire il ruolo del familiare come quello di “colui che sta a fianco” del malato senza sostituirsi a lui nè a chi deve prendersene cura, quali riferimenti specifici nell’ambito della salute mentale e del

L’affetto può essere senz’altro terapeutico, ma non coincide con la cura: i familiari hanno il diritto d’informarsi, di essere informati, di partecipare e di accompagnare, ma non di essere sempre presenti nei luoghi dove avviene la cura.

I familiari devono fare i conti con i propri limiti: spesso occorre invitarli a rivalutare le energie spese e quelle ancora a disposizione.

E’ necessario rassicurare sulla legittimità dei vissuti d’insofferenza che possono emergere dopo mesi, a volte anni, di preoccupazioni e sulla necessità di recuperare i propri spazi vitali in modo da non farsi trascinare, per esaurimento delle energie, nello stesso spazio oscuro in cui è caduto il congiunto.

Ad alcuni basta suggerire il recupero delle proprie attività e di concedersi anche spazi “leggeri” che consentano di tornare dal malato più ricaricati e disponibili.

Ad altri occorre consigliare un percorso terapeutico che consenta di rileggere in un’ottica diversa le modalità relazionali in atto col paziente.

L’elemento centrale della sofferenza psichica è la solitudine del paziente e di coloro che gli stanno accanto e il compito più arduo degli operatori è di aiutare a costruire ponti che consentano di mettere in contatto tali solitudini e sofferenze.

Va, innanzitutto, precisato che non esiste un decalogo che indichi quali siano i comportamenti “giusti” e quelli “sbagliati”.

E’necessario evitare di far leva sulla “forza di volontà” e sulla “colpevolizzazione” del paziente depresso che, a causa della malattia, è già in preda a sensi di colpa e privo di quella energia vitale (che è, appunto, quella che noi chiamiamo volontà) da poter usare a piacimento.

I familiari non devono stigmatizzare la sofferenza del congiunto come incapacità ad affrontare la vita, non devono accentuare il suo isolamento nè aumentare il suo carico d’inadeguatezza e di colpa.

In relazione alla metafora dei ponti da costruire allo scopo di mettere in contatto solitudine e sofferenza del paziente con quelle dei familiari, è possibile individuare nell’empatia il materiale per costruirli.

L’empatia è la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di guardare con gli occhi dell’altro, ascoltare con l’orecchio dell’altro e sentire con il cuore dell’altro e appare come l’unico conduttore di energia positiva tra i due poli, paziente e familiari,della sofferenza psichica.

Un comportamento empatico è soprattutto disponibilità all’ascolto dell’altro. Senza l’empatia ogni comportamento dei familiari rischia d’essere inutile, se non dannoso. Pretendere reazioni, incitare all’attività, aggredire o scuotere possono solo peggiorare la situazione. Essere genitori, amici o fidanzati non è semplice e lo è ancor meno quando è presente la malattia. Soltanto la capacità empatica consente di stare accanto al paziente e accompagnarlo nel percorso che gli consentirà di uscire da quel tunnel oscuro dal quale non sembra esserci uscita.

Una persona colpita da tale sofferenza che decide inoltre di iniziare una psicoterapia già dichiara a se stessa e agli altri, in modo più o meno esplicito e diretto, il desiderio di prendersi cura di sé per stare meglio e l’ideale cui dovrebbero tendere i familiari è “stare a fianco” e rinforzarlo nel percorso intrapreso. Le difficoltà sono evidenti, perché si tratta di un ruolo nuovo, diverso da quello “di partenza”. Moglie, padre, fratello, amica, fidanzato di solito interagiscono con la persona che si cura da una posizione relazionale connotata affettivamente, fonte di doveri e, talvolta, di diritti specifici: può, quindi, essere difficile tenere presente i loro limiti ed evitare comportamenti invasivi nella relazione tra il paziente e il suo terapeuta.

Se comunque la sofferenza del congiunto occupa un posto eccessivo nella propria vita, prenderne consapevolezza può provocare un cambiamento e instaurare un circuito benefico.

A volte la sofferenza del proprio caro può riverberarsi profondamente sul vissuto di chi gli sta vicino e raggiungere corde emotive profonde, scoprendo un disagio personale che va accolto ed elaborato. In tali casi è consigliabile richiedere aiuto per sé e prendersi cura della propria sofferenza Tutti i depressi riducono il loro livello di attività abituale. Capita che alcuni, trascorrano la loro giornata completamente inattivi, a letto o seduti su una sedia o poltrona. Ciò è conseguenza del profondo senso di stanchezza fisica e mentale e della perdita d’interesse per qualunque attività.

L’insistenza dei familiari a “fare uno sforzo di volontà” può aggravare la situazione, aumentando l’irritabilità del paziente e il suo isolamento. Possono comunque essere messi in atto, da parte dei familiari, alcuni semplici accorgimenti.

E’, ad esempio, importante la conservazione della routine quotidiana. Il depresso tende a trascurare i piccoli gesti abituali relativi alla cura della propria persona, il ritmo dei pasti quotidiani, l’ordine e la pulizia della propria stanza e della propria casa, le piccole spese di ogni giorno e così via. Può essere un aiuto importante sollecitare, ed eventualmente aiutare, il paziente a mantenere il più possibile questi piccoli “riti” abituali.

Occuparsi della cura e dell’igiene della propria persona, dell’attenzione al proprio abbigliamento e, più in generale, del proprio aspetto fisico, aiuta a mantenere una soddisfacente “immagine di se stessi”.

Può anche essere utile tentare di coinvolgere il paziente in qualche tipo di attività e stimolare il rapporto con persone che abbiano per lui importanza affettiva.

Per quanto riguarda il comportamento dei familiari, vanno evitati due estremi opposti:

il primo è quello di rinforzare la preoccupazione del malato con la propria ansia e la preoccupazione per la possibile esistenza di una malattia somatica;

il secondo, più frequente, è di considerare il depresso ipocondriaco un “malato immaginario”, ignorando e svalutando sistematicamente le sue richieste.

A volte un familiare depresso può apparire frustrante, irritante o addirittura esasperante per il distacco dalla vita familiare, l’incapacità a svolgere anche attività semplici, l’apparente mancanza di volontà o di collaborazione e la continua tristezza. Irritazione, fastidio o rabbia non giovano certo al depresso e in alcuni casi possono far peggiorare il suo stato.

E’ opportuno ricordare che la depressione è una malattia e, come ogni altra malattia, può colpire chiunque.

Comprendere lo stato d’animo del depresso può aiutare a ridurre eventuali sentimenti di irritazione o d’impazienza nei suoi confronti.

Può anche essere utile parlare apertamente con gli altri familiari, confrontando i propri modi di reagire ai comportamenti del paziente.

Parlare di questo problema con lo specialista e chiedere consiglio può servire per essere aiutati a superare la difficoltà di rapporto.

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