L’ANGOLO DELLA POESIA La parola contro la dissolvenza
Dall’inquietudine delle immagini alla consapevolezza del limite nella poesia di Antonio Spagnuolo
Ci sono parole che sembrano nate per trattenere il tempo e altre che, al contrario, ne registrano la fuga. Dissolvenze e sussurri (La Valle del Tempo, 2025) e Levigare il finale (La Valle del Tempo, 2026), due raccolte di Antonio Spagnuolo, si muovono proprio in questo spazio instabile: tra ciò che scompare e ciò che insiste, tra la perdita e il desiderio di restituirle una forma. La dissolvenza non coincide mai del tutto con la cancellazione; il sussurro è una voce che sopravvive alla propria debolezza; levigare il finale significa forse tentare di dare una forma abitabile a ciò che, per sua natura, non possiamo evitare.
È un’impresa che attraversa entrambi i libri e ne rivela la sostanziale continuità. Spagnuolo interroga il tempo non da una posizione distaccata, ma attraverso il corpo, la memoria amorosa, l’inquietudine religiosa, le immagini della contemporaneità e, soprattutto, la persistenza della parola poetica. La sua non è una lirica della quieta accettazione: anche quando sembra avvicinarsi alla resa, conserva un nucleo di inquietudine, una resistenza che si manifesta nel desiderio, nel ricordo, nella necessità di continuare a scrivere.
In Dissolvenze e sussurri, il primo elemento che colpisce è la centralità dello sguardo. Il colore non costituisce un semplice ornamento della realtà: è il mezzo attraverso cui la realtà viene trasformata e restituita alla coscienza. Già in Bluesky/word la successione cromatica — «cobalto», «pervinca», «indaco», «oltremare» — costruisce uno spazio mentale nel quale le immagini si sottraggono alla loro consistenza immediata. Il colore diventa una specie di lingua parallela, capace di riordinare i dubbi e di dare una forma provvisoria a ciò che sfugge. Ma il componimento non approda a una certezza definitiva: in ogni dissolvenza rimane una traccia di gioia, non la gioia pienamente recuperata.
È significativa, in questo contesto, la presenza della tecnologia. In Ventagli il mouse corre sullo schermo e insegue figure già «incise nella memoria»; la fotografia, a sua volta, colpisce l’istante come una «brocca assetata dell’eterno». L’immagine digitale e quella interiore si sovrappongono: entrambe cercano di fermare ciò che passa, entrambe promettono una conservazione che non può essere completa. Il «disincanto» che splende tra i riflessi è, non a caso, una «giocosa ricaduta dell’incanto». Spagnuolo non oppone semplicemente l’artificio tecnologico all’autenticità della vita: riconosce nell’immagine artificiale una nuova possibilità di rappresentazione, ma anche il limite di ogni tentativo di possedere il reale.
Il nucleo più intensamente umano della raccolta si trova tuttavia nel rapporto tra eros e memoria. In Sogno, il ritorno della donna amata non avviene attraverso una contemplazione idealizzante, ma mediante il contatto fisico: «Nel sogno riappare la tua carne». Il gesto del poeta è quasi una verifica, un tentativo di accertare che la persona perduta sia davvero tornata alla vita. Il corpo è insieme presenza e prova impossibile, perché il sogno restituisce per qualche istante l’esperienza dell’amore senza poter annullare la separazione. La sensualità non è un motivo accessorio: è la forma concreta attraverso cui la memoria tenta di sottrarsi all’irreversibilità del tempo.
Questa tensione si fa più raccolta in Vecchiaia, uno dei testi più persuasivi del volume. La passione non viene negata, ma trasformata: «ormai non brucia, intiepidisce il petto». La scelta del verbo intiepidire è decisiva. Non c’è più l’incendio della giovinezza, ma neppure la cenere definitiva; il desiderio ha cambiato temperatura e ritmo. «Non grida più ma scalpita»: la passione conserva una sua vitalità, meno impetuosa e forse più consapevole della propria fragilità. Il tempo modifica il corpo e il modo di amare, senza riuscire a estinguere il bisogno dell’altro. In questa poesia la vecchiaia non è soltanto una perdita: è una diversa qualità della presenza.
La raccolta, però, non rimane confinata nell’intimità. In Gerusalemme e Egli tace la sofferenza privata si apre alla tragedia collettiva, alla violenza e alla crisi della fede. Le mura della città sacra, un tempo luogo di preghiera, sono attraversate da pugni, fucili e sangue; il sogno di un bambino che guarda le stelle introduce una possibilità di innocenza proprio nel paesaggio della distruzione. In Egli tace, invece, il silenzio divino diventa una domanda inquietante davanti alle rovine e all’odio fratricida. La fede non offre una risposta capace di ricomporre il mondo: viene messa alla prova dalla storia, dalla violenza degli uomini e dall’apparente assenza di un principio di giustizia.
Anche qui la parola poetica cerca una resistenza. In Tremore del suono, con una concisione che contrasta con la più ampia proliferazione figurativa di altri testi, la parola «si disfa» e poi ritorna, lasciando un frammento da decifrare. Alla fine non resta che un’eco che «si fa eternità dubbiosa». È una formula particolarmente felice: l’eternità non viene affermata come certezza metafisica, ma evocata come persistenza problematica di una voce, di un suono, di una traccia.
Con Levigare il finale questa intuizione acquista un rilievo ancora più netto. Il titolo suggerisce un lavoro sulla forma, ma anche un confronto con la fine: non tanto la pretesa di cancellarla, quanto il tentativo di attenuarne l’asprezza attraverso la memoria e la scrittura. L’epigrafe del volume dichiara una convinzione essenziale: l’amore non ha bisogno di un’eternità religiosa per continuare ad avere realtà; gli basta essere stato esperienza vissuta, traccia impressa nella carne e nella memoria. È una posizione che non elimina il mistero della morte, ma sottrae all’idea della fine il potere di rendere vano tutto ciò che l’ha preceduta.
La poesia Silenzi mette subito in scena il conflitto. L’esclamazione «Bruciate tutto!» sembra esprimere il desiderio di cancellare il proprio percorso, di sottrarsi al peso delle sconfitte e dei rancori. Ma proprio mentre invoca la distruzione, il testo conserva ciò che vorrebbe eliminare: il grido, l’amore passato, la furia. La domanda conclusiva — «Che vale un grido se eterno sarà il silenzio?» — non trova una soluzione rassicurante. È però la poesia stessa, nel suo ostinarsi a pronunciare quel grido, a rendere meno assoluto il silenzio evocato.
Particolarmente interessante è Tregua, dove l’intelligenza artificiale viene chiamata in causa per rispondere a una domanda che nessuna macchina può risolvere: perché non sia possibile colloquiare con i defunti. L’accostamento tra Annibale, le Idi di Marzo, Schopenhauer, la Shoah e le possibilità dell’intelligenza artificiale rivela una coscienza attraversata contemporaneamente dalla storia, dalla filosofia e dalla tecnologia. Il poeta si rivolge agli strumenti del presente, ma non rinuncia a riconoscere il limite che li separa dal bisogno umano più profondo. Le onde elettromagnetiche evaporano; i ricordi, invece, raggiungono ancora la tomba della persona amata. La tecnologia può elaborare informazioni, ma non ricostruire una presenza perduta. Rimane la poesia, definita con ironica consapevolezza «paroliere a perdifiato»: una voce che sa di non poter vincere la morte e tuttavia continua a parlare.
In Nudità la memoria si fa nuovamente carne. La ripetizione di «Ho bisogno di te!» scandisce il componimento come una confessione che non riesce a esaurirsi. La donna evocata è inseparabile dalla giovinezza, dalla corsa dei sensi, dal calore dei corpi; ma il bisogno presente non coincide con il semplice rimpianto di una stagione trascorsa. La persona amata è diventata «il mio grido», una presenza interiore che sopravvive proprio perché non è più disponibile nella realtà. Il corpo ricordato è dunque, insieme, desiderio e assenza: ciò che ferisce è anche ciò che impedisce alla memoria di spegnersi.
Il titolo della raccolta trova la sua formulazione più compiuta in Abbandoni. Qui il silenzio lascia un’eco, il nome dimenticato tenta di tornare e il ricordo si trasforma in una forma instabile, continuamente esposta alla perdita. Il verso «come una pietra levigata dal tempo / che ritrova il movente nella sua ferita» condensa il senso del libro. Il tempo leviga, attenua le asperità, ma non cancella la ferita: anzi, proprio nella ferita si ritrova il motivo per continuare a ricordare e ad amare. L’assenza è definita «un altare senza fiamma», immagine che conserva una risonanza religiosa pur privandola di ogni consolazione facile. Il sacro sopravvive come forma del bisogno, non come risposta garantita.
La seconda parte di Levigare il finale, dedicata alle mostre di pittura, amplia ulteriormente la riflessione. Pittura e poesia vengono presentate come linguaggi capaci di attraversare il presente, custodire memorie e creare relazioni. In Il futuro dal presente, le parole sono «arpioni, lanciati nel tempo»: non strumenti che fermano definitivamente il futuro, ma tentativi di afferrarne qualcosa prima che si sottragga. È un’immagine che riassume bene l’idea di poesia sottesa a entrambi i libri: scrivere significa accettare la precarietà della propria presa sul mondo e, nello stesso tempo, non rinunciare a esercitarla.
Resta, in questa scrittura, una tensione formale che merita di essere riconosciuta insieme ai suoi risultati. La ricchezza delle immagini, la frequenza delle associazioni cromatiche e l’accumulo di vocaboli appartenenti a campi diversi — dalla pittura alla tecnologia, dal mito alla scienza — producono talvolta una densità che rischia di rendere meno immediato il nucleo emotivo del testo. In alcuni componimenti la metafora illumina con precisione; in altri, la successione delle immagini sembra precedere la loro necessità interna. È il rovescio di una poesia che non si accontenta di descrivere l’esperienza, ma vuole continuamente trasformarla, moltiplicarla, sottoporla a nuove combinazioni.
Quando, invece, l’immagine trova la sua misura — come in Vecchiaia, Tremore del suono o Abbandoni — la scrittura raggiunge una particolare efficacia. La parola non sovrasta l’esperienza, ma la porta al punto in cui il sentimento diventa conoscenza: la passione cambia senza morire, il ricordo conserva senza restituire, la poesia parla senza poter smentire il silenzio.
È in questa consapevolezza, più che in una promessa di salvezza, che risiede la forza dei due libri. Spagnuolo non può fermare la dissolvenza, né rendere innocuo il finale. Può soltanto continuare a cercare, attraverso il colore, il corpo, la memoria e il ritmo, una forma capace di custodire ciò che la vita ha reso irreversibile. Levigare il finale non significa cancellare la morte: significa riconoscere che il tempo non annulla necessariamente il valore di ciò che abbiamo vissuto.
La poesia resta così un gesto di resistenza, fragile e ostinato. Non vince il silenzio, ma gli sottrae l’ultima parola.
prof. Giovanni Santoriello







