LIBRI & LIBRI Intervista ad Antonio Pascale: “Leggendo le piante, alla scoperta degli uomini e delle donne”

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Antonio Pascale, è nato a Napoli nel 1966, e vissuto a Caserta, poi a Roma, dove lavora. È scrittore, saggista, autore teatrale e televisivo e ispettore presso il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.

La foglia di fico è il suo ultimo libro, edito da Einaudi, dopo essere stato proposto da Francesco Piccolo come candidato al Premio Strega, è ora nella cinquina finalista del Premio Campiello, oltre aver di recente ottenuto il Premio Orbetello Book Prize come migliore opera di narrativa italiana.

Di questo libro, di recente, Giuliano Ferrara su Il foglio ha scritto che “deve obbligatoriamente vincere tutti i premi del mondo, salvo quello al liquore, perché “La foglia di fico” è meraviglioso letteralmente, suscita meraviglia, incanto, istruisce, diverte, commuove e dà un tono discreto e razionale alla famosa ricerca, notoriamente impossibile, del senso della vita.”

Siamo allora andati a chiacchierare con Antonio Pascale per qualche domanda sul suo libro e sulle idee che lo accompagnano.

Mi ha molto colpita la struttura del libro, più che un romanzo lo definirei un racconto ad episodi: in ogni capitolo il protagonista, Antonio, riflette su un tema legandolo ad una pianta e ai suoi ricordi. Condivide questa definizione? Il racconto è una modalità narrativa non sempre premiata dai lettori, al contrario, La foglia di fico mi sembra che stia riscuotendo un gran successo di pubblico. Il libro che Antonio protagonista più volte dice di voler scrivere, le è riuscito sicuramente. Secondo lei qual è il punto di forza della narrazione?

Sì, è un romanzo in racconti. Per carità, niente di particolare, è una struttura che ricorda le serie tv, puoi vedere un episodio oppure 5, oppure tutti. Più ne vedi più apprendi informazioni sui personaggi e più li conosci più familiarizzi con loro. È un bosco, cominci a camminare  in maniera ondivaga, e scopri dettagli, piante, abitanti del sottosuolo e piano piano diventi più sensibile e più attento, e più contento anche.  Poi, purtroppo, c’è questo pregiudizio che grava sulla forma racconto, sembra che sia inferiore alla forma romanzo, ma è una visione ottocentesca. Poi siccome in Italia si legge poco, chi si avvicina a un libro preferisce un romanzo, bello voluminoso, una saga o un giallo.

I racconti a me hanno anche ricordato delle moderne favole di Esopo: l’elemento naturale (le piante) è lo spunto per la riflessione su valori universali ed eterni che però non culmina mai in una morale. Il finale mi sembra sempre un po’  “aperto”. Cosa ci insegna la natura?

La natura  è una dimensione estremamente ramificata che va studiata con metodo scientifico e con osservazioni serie e non usata secondo i nostri voleri. Spesso pensiamo alla natura e ci viene in mente il giardino dell’Eden, un posto in cui eravamo immortali e lo ripiangiamo, attribuendo a questo giardino una serie di qualità che poi avremmo perduto. In realtà, la natura ci insegna una sola cosa: che siamo mortali. Il problema di noi umani è tutto lì. Ma la consapevolezza della nostra mortalità naturale è anche un valore, come una spia ci dice che lo scopo della vita non è ricostruire un giardino in cui essere immortali, tutt’altro. Anche perché i problemi che abbiamo creato all’ambiente (ma che possiamo risolvere) – vengono proprio dalla nostra voglia smania di vivere, mica di morire. Pensate se avessimo bruciato le principali scoperte mediche, quelle della microbiologie  e se avessimo impedito la produzione di vaccini e antibiotici, se mangiassimo ancora come un tempo, senza concimare, irrigare, proteggere la pianta, pensate se avessimo ucciso Bosch-Haber e impedito la sintesi dell’ammoniaca, ecco saremo ancora un miliardo scarso di cittadini, di cui l’85% contadini analfabeti con l’aspettativa di vita intorno ai 35 anni. E il resto ricchi, mercanti e preti che si spartivano la torta. Insomma, nella sostanza scopo della vita è realizzare posti, luoghi, dove possiamo morire al meglio, e morire al meglio bisogna vivere al meglio di noi stessi, sapendo che avremo soluzioni e nuovi problemi da affrontare.

A proposito di quel che ci insegna la natura, il libro è anche spunto per alcune riflessioni su temi come le calamità naturali, la siccità che colpisce i nostri territori, le malattie che infestano le piante. Siamo un popolo di ex contadini ma qual è il nostro rapporto con la terra oggi?

Della Terra? Intesa come agricoltura? Ne parliamo tantissimo e non sappiamo nemmeno la differenza tra zappa e vanga: tutto qui.

Nel suo libro, è riuscito a non farmi apparire il tempo come una linea continua ma quasi circolare: i ricordi del passato si mescolano al tempo presente in una simbiosi perfetta, come vive lei il tempo che passa, grande tema del libro?

Ma sai, ci viene detto che il passato non conta, che bisogna vivere il presente e programmare il futuro, come se il tempo avesse quella direzione. Ci sono sui social e sui media  certi motivatori e finti saggi che con falso spirito naif fanno queste dichiarazioni. Ma sentito qualcosa di più rivoltante. Esiste solo passato (si chiama memoria e la memoria fonda un’identità, quando si perde la memoria l’identità si riduce a un minimo libello di sopravvivenza) la nostra benedizione (si chiama esperienza: stai su un piano di esperienza) e la nostra maledizione (si chiama idealizzazione di un’esperienza). Il passato influenza eccome il presente e pure la programmazione del futuro. Non credo ai cambiamenti, credo agli adattamenti, a quelli sì, siamo una specie flessibile, ma a farci adattare in meglio o in peggio (chissà perché consideriamo solo gli adattamenti in meglio, quando, per esempio, se finisci in carcere puoi uscire peggio di come  sei entrato) è proprio il tempo che cambia il nostro corpo e da maggiore o minore spinta ai nostri desideri, ci toglie energia (e spesso l’energia minima è sorprendente) o ci dona un’energia supplementare. Senza considerare l’importanza dell’ambiente che con la sua cultura forma un individuo. Quindi un racconto onesto invece di insistere sulla volontà individuale (che poi altro non è che un bias del sopravvissuto e poi richiede energia e noi abbiamo un’energia limitata) dovrebbe analizzare il tempo e l’ambiente e anche il caos. Il resto sono le solite storie in tre atti che usano i motivatori che non mi stanno simpatici.

Antonio e Antonino: sono due facce della stessa persona? Le donne che incontrano restano quasi sempre – mi sembra – difficili da capire o comunque sfuggenti. Per la felicità, lei scrive nel libro, serve una pineta da attraversare e un mare da raggiungere, e l’amore?

Dici? No, perché? Sono donne spinose, nell’accezione positiva del termine: hanno carattere e ambizioni che non coincidono con il sentire comune (ci sono fuggitive, artiste, scalatrici, e donne che hanno fallito: in fondo sono persone normali). L’amore è una malattia, l’ha detto Proust, più chiaro di così. Voglio dire non si fonda su un dato oggettivo, quindi non si può studiare, anche se ci dicono il contrario, si fonda su una illusione soggettiva che incontra un’altra illusione soggettiva: lo sappiamo tutti, e infatti siamo lucidi osservatori quando giudichiamo l’amore altrui, e pessimi osservatori quando tocca giudicarci. Diciamo che siamo portati a vedere la miglioria che l’amore porta con sé (una sorta di miglioria della morte) e analizzare con difficoltà il carattere illusorio. Il problema è come far proseguire questa illusione con più benefici possibili o chiedersi perché farla proseguire…

Verso la fine del suo libro c’è una bella “officina” che indica tutti i riferimenti bibliografici e musicali presenti nel libro. Ci può indicare altri 3 titoli da leggere assolutamente per amanti della natura ma anche per riflettere, come ci ha fatto fare lei, sul senso della vita a partire dall’ambiente naturale in cui viviamo?

Libri di biologia: Darwin ovviamente e quelli che parlano della sintesi neo darwiniana.

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