Quello che lasciamo non entra in una bara
La cura dei morti non può farci dimenticare quella dei vivi. Una città si misura anche da come tratta i suoi anziani, da quanto accompagna le famiglie in difficoltà, da quanta attenzione riserva a chi non riesce a farsi sentire
Ieri, ho pensato a una cosa: le tombe hanno tutte un nome, ma nessuna racconta davvero una vita. Sulla pietra ci sono date, fotografie, qualche fiore. Eppure, dietro quei nomi, c’è un mondo che non si vede più.
Una voce che chiamava, una mano che cercava la nostra, un posto a tavola rimasto vuoto. Chi ha perso qualcuno lo sa: non se ne va soltanto una persona. Se ne va anche una parte del mondo che avevamo costruito insieme.
L’Arcivescovo Soricelli, nella sua omelia tenuta ieri durante la celebrazione al cimitero di Cava, è entrato in questo mistero senza rifugiarsi nelle parole facili. Non ha chiesto di nascondere le lacrime, non ha offerto spiegazioni confezionate. Ha ricordato che anche Gesù ha pianto davanti alla tomba di Lazzaro. È una cosa bellissima, se ci pensiamo: Dio non si vergogna delle nostre lacrime. Ma c’è un passaggio della sua riflessione che mi è rimasto dentro. Il Vangelo del giudizio finale. Gesù non domanda quanti incarichi abbiamo ricoperto, quanti riconoscimenti abbiamo ottenuto, quanto siamo stati ammirati. Chiede se abbiamo dato da mangiare, accolto, visitato, soccorso. In altre parole: se ci siamo accorti degli altri.
Ecco il punto. Noi passiamo una vita a costruire qualcosa che porti il nostro nome. Gesù, invece, ci suggerisce che il nome più importante è quello della persona che abbiamo aiutato quando nessuno guardava. C’è una strana contabilità della vita che non compare in nessun bilancio: le persone che hanno ripreso coraggio grazie a noi, quelle che non si sono sentite sole, quelle a cui abbiamo restituito un po’ di dignità. Non sappiamo nemmeno quante siano. Forse non lo sapremo mai.
L’Arcivescovo ha consegnato anche un pensiero che va oltre la commemorazione dei defunti: la cura dei morti non può farci dimenticare quella dei vivi. Una città si misura anche da come tratta i suoi anziani, da quanto accompagna le famiglie in difficoltà, da quanta attenzione riserva a chi non riesce a farsi sentire.
La morte, allora, non ci chiede soltanto di ricordare chi non c’è più. Ci mette davanti a chi c’è ancora. Forse è questo il modo più autentico di onorare i nostri morti: non limitarci a portare fiori sulle loro tombe, ma imparare a non lasciare appassire le relazioni mentre siamo ancora in tempo.
E quando verrà il momento di lasciare anche noi questo mondo, che cosa racconteranno di noi le persone che abbiamo incontrato? Non quello che abbiamo posseduto. Non quello che abbiamo rappresentato. Ma, soprattutto, chi sarà diventato un po’ più felice, più libero, meno solo perché, un giorno, ha incontrato noi?







