La tragedia del quinto piano: ovvero di come l’ascensore ci ha reso creature di cristallo
Quando l'ascensore si rompe, l'universo ci sta semplicemente offrendo una sessione di cardio intensivo mascherata da disastro condominiale
Prima che l’ascensore diventasse il pilastro portante della civiltà occidentale, salire le scale non era un dramma. Faticoso? Senza ombra di dubbio. Un attentato ai polmoni? Può darsi. Ma di certo nessuno si metteva a piangere nell’atrio gridando al complotto cosmico o meditando di trasferirsi a vivere in tenda nel cortile.
Oggi, invece, basta che l’ometto della manutenzione appenda quel fatidico cartello con la scritta “ASCENSORE FUORI SERVIZIO” per scatenare un lutto collettivo degno di una tragedia greca. Il condominio piomba in un silenzio surreale, interrotto solo dai respiri affannosi di chi, armato di borse della spesa e speranza, si accinge a scalare l’Everest verticale che separa il portone dal proprio appartamento.
La clessidra e il polmone di ferro
Il punto è che ci siamo ammorbiditi.
Un tempo, l’umanità viveva in verticale senza drammi. Anzi, la storia dell’architettura ci insegna che i piani alti (quelli che oggi chiamiamo attici da sogno con vista panoramica) un tempo erano considerati il ghetto verticale, riservati a chi aveva poche finanze o alla servitù, proprio perché costringevano a una ginnastica non richiesta. Poi abbiamo invertito la rotta, incoronando l’ultimo piano a simbolo di status e lusso, dimenticandoci però di un piccolo dettaglio biologico: le gambe ce le abbiamo ancora noi, non il motore elettrico.
E così, oggi, l’idea di fare quattro rampe a piedi ci appare come una violazione dei diritti umani. Pretendiamo la velocità della fibra ottica anche nello spostamento corporeo. Se l’ascensore si ferma, percepiamo immediatamente una lesione profonda alla nostra dignità di consumatori del comfort.
La vendetta segreta del gluteo
Eppure, guardando il bicchiere mezzo pieno (e il quinto piano mezzo salito), il guasto dell’ascensore è l’unico vero personal trainer gratuito, non richiesto e democratico che la vita moderna ci offre.
Pensaci: spendiamo un patrimonio in abbonamenti in palestra, ci ostiniamo a fare corsi di step o a correre su tapis roulant che simulano esattamente… la rampa di scale che abbiamo appena maledetto. Quando l’ascensore si rompe, l’universo ci sta semplicemente offrendo una sessione di cardio intensivo mascherata da disastro condominiale.
La prossima volta che ti troverai davanti a quel portone sbarrato, prova a vederla così: non è una punizione divina, è un invito a riscoprire il glorioso passato dei nostri avi, quelli che non sapevano cosa fosse uno smartphone ma avevano polmoni grandi come mantici. Certo, arriverai in cima grondante di sudore, con le borse della spesa che ti sezionano le dita e la tachicardia a mille. Ma potrai guardarti allo specchio e dire: “Oggi ho sconfitto la sedia a rotelle elettrica e ho fatto felice il mio sistema cardiovascolare”.
Nel dubbio, comunque, tieni a portata di mano il numero del manutentore. Che fare la rivoluzione del fitness va bene, ma alla spesa con le ennesime casse d’acqua chi ci pensa?







