scritto da Gabriella Avagliano - 17 Ottobre 2026 11:03

Alfonso Gatto e Salerno, un legame eterno tra poesia e memoria

Ricordare Alfonso Gatto, nel cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, significa riscoprire una delle voci più autentiche del Novecento italiano e, al tempo stesso, rendere omaggio a un figlio illustre di Salerno

Nel 2026 ricorre il cinquantesimo anniversario della scomparsa di Alfonso Gatto (1976), poliedrico poeta, scrittore e pittore di origini salernitane, morto tragicamente all’età di 66 anni in un incidente stradale nei pressi di Capalbio, in Toscana.

Il poeta, dopo aver trascorso la sua giovinezza nella città di Salerno, dove compie gli studi classici, si trasferisce all’età di 21 anni a Milano, svolgendo diversi lavori, tra cui il correttore di bozze e l’insegnante. Sempre nel capoluogo lombardo entra in contatto con importanti ambienti intellettuali ed artistici e collabora con diversi periodici e riviste letterarie.

Successivamente, nel 1938, si trasferisce a Firenze dove fonda insieme a Vasco Pratolini la rivista “Campo di Marte”. Sebbene venga soppressa dal regime fascista già l’anno successivo, la rivista svolge un ruolo importante nella diffusione dell’Ermetismo e nella promozione di una letteratura d’impegno civile, alternativa alla retorica dominante dell’epoca. Dopo aver partecipato alla Resistenza, collaborò inoltre come redattore all’ “Unità” e seguì più volte il Giro d’Italia in qualità di cronista, consolidando così il suo legame con la gente comune, le piazze, e la realtà di un Paese, ancora profondamente segnato dalla guerra, ma animato dal desiderio di risollevarsi.

Tra le raccolte poetiche più significative figurano Isola (1932), Morto ai paesi (1937), L’allodola (1943), Amore della vita (1944); Il sigaro di fuoco (1945, poesie per bambini), Il capo sulla neve (1947), La forza degli occhi (1954), Osteria flegrea (1962), Il vaporetto (1963, comprende anche fiabe e ballate per bambini), La storia delle vittime (1966), Rime di viaggio per la terra dipinta (1969) e Poesie d’amore (1973).

Nelle sue prime raccolte emerge in maniera significativa la visione ermetica e l’uso di un linguaggio fortemente allusivo che privilegia l’essenzialità e si traduce in figurazioni fantastiche di ardua decodifica semantica. La poesia Nello spazio lunare (contenuta nella raccolta Isola, 1932), ad esempio, rappresenta chiaramente una realtà dai contorni fiabeschi, in cui viene narrata un’umanità stanca e sofferente, segnata dalla nostalgia per la felicità e la libertà di un’epoca lontana, di un mondo privo di limiti, ora dormiente, esemplificato nell’espressione “villaggi di sonno”.

L’unica, seppur magra, consolazione alle sofferenze e alle povere gioie degli uomini sembra risiedere nell’intimità domestica, evocata dal verso “come un tepore troveranno l’alba” e nel ricordo di un tempo lontano “che fu d’erba, una pianura”.

La poesia di Gatto si distingue, tuttavia, per una voce autonoma e originale, capace di coniugare la ricerca formale e la musicalità del verso con una particolare intensità emotiva, dove la parola poetica si fa così strumento di sensibilità, testimonianza e riscoperta interiore.

Nella fase più matura della sua produzione, si avverte un progressivo distacco dall’Ermetismo e una maggiore esigenza di affrontare le questioni civili e sociali che riguardano le sofferenze degli esseri umani, anche attraverso un linguaggio più aperto e diretto come nella raccolta La storia delle vittime (1966, Premio Viareggio). Al centro della sua riflessione si colloca la denuncia delle ingiustizie e delle contraddizioni della società, palesando una crescente attenzione e partecipazione alla realtà storica.

Il cinquantesimo anniversario della sua scomparsa rappresenta, dunque, un’occasione preziosa per rinnovare l’attenzione verso un autore che ha saputo esprimere emozioni profonde oltre che raccontare il suo legame viscerale con Salerno, luogo del cuore mai dimenticato. In una breve ed emblematica lirica, la città natale è definita dal poeta “rima d’inverno… rima d’eterno”, evocando la malinconia e la nostalgia della stagione invernale, ma al contempo il valore di un rifugio dolce e immortale.

Il poeta rivendica con orgoglio le sue radici che tanto hanno contribuito alla formazione della propria identità linguistica e letteraria. Non a caso, quando fa ritorno nella sua terra, dopo tanto peregrinare, rielaborando la celebre metafora manzoniana, dichiara: “Sono venuto a Salerno, a risciacquare i miei panni in Irno… e su queste rive ho appreso la mia bella lingua”.

Ricordare Alfonso Gatto significa riscoprire una delle voci più autentiche del Novecento italiano e, al tempo stesso, rendere omaggio a un figlio illustre di Salerno, un poeta la cui opera continua a parlare al presente attraverso la forza della memoria, la musicalità dei versi e l’universalità dei sentimenti.

Laureata in Filologia con 110 e lode, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Italianistica. Ha pubblicato diversi saggi in riviste scientifiche e una monografia dal titolo “Tracce del Mezzogiorno nel documentario etnografico”, dedicata alla ricerca storico-sociale del Sud Italia, dal Secondo Dopoguerra agli anni ’70. Attualmente è docente di materie letterarie presso la scuola secondaria di primo grado.

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