Brigantaggio e Stato unitario: la ferita che ha segnato il Mezzogiorno
Tra ribellioni, repressioni e memorie divise, la nascita dell’Italia unita si intreccia a una guerra interna che coinvolse bande, esercito e popolazioni civili, lasciando nel Sud un solco politico e sociale destinato a durare nel tempo
Prosegue la pubblicazione della seconda parte del mini saggio del professore Giovanni Santoriello sulla questione meridionale la cui prima parte è stata pubblicata lo scorso 14 ottobre clicca qui per leggere.
Sin da subito c’è una domanda destinata ad accompagnare tutta la nostra storia: lo Stato italiano sta costruendo l’integrazione del Mezzogiorno oppure sta semplicemente imponendo la propria autorità su una società che non sente ancora come propria?
Non esiste una risposta semplice.
Il brigantaggio, per esempio, non può essere raccontato soltanto come una guerra del Sud contro il Nord. Esisteva già prima dell’Unità e, dopo il 1861, nelle bande confluiscono realtà diverse: criminalità tradizionale, protesta sociale, rifiuto della leva e delle nuove imposizioni fiscali, conflitti per la terra, ma anche legittimismo filoborbonico.
Tra i protagonisti più noti troviamo Carmine Crocco, lucano, che arrivò a comandare una banda di migliaia di uomini, operando soprattutto tra Basilicata, Campania e Puglia. Era un uomo abituato alla montagna e alla guerra di movimento: conosceva alla perfezione quei territori, si spostava rapidamente con i suoi uomini e riusciva spesso a sorprendere reparti molto più organizzati.
La sua vita, poi, sembra quasi un romanzo. Prima dell’Unità aveva conosciuto il carcere; nel 1860 si unì ai garibaldini e combatté con loro. Poco dopo, però, cambiò fronte e si mise al servizio della causa borbonica, diventando uno dei più temuti capi del brigantaggio. Un percorso che dice molto sulla confusione e sulla rapidità con cui cambiarono alleanze e appartenenze in quegli anni.
Crocco riuscì per anni a sfuggire all’esercito, muovendosi attraverso le montagne della Basilicata e delle regioni vicine, fino a costruire intorno a sé una vera leggenda popolare, fatta insieme di paura, ammirazione e memoria. E la sua storia ebbe una coda quasi sorprendente. Crocco non morì da brigante sulle montagne: dopo anni di latitanza si consegnò nel 1870, fu condannato all’ergastolo e trascorse il resto della vita in carcere. Morì a Portoferraio nel 1905, a 75 anni.
E proprio in carcere dettò le sue memorie, consegnando alla storia anche la propria versione dei fatti (Come divenni brigante, Trabant – 2022).
Tra i suoi luogotenenti più temuti c’era Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco Nanco (Eugenio Bennato, album Questione meridionale), protagonista di numerose imboscate e di episodi di particolare ferocia contro militari e forze dell’ordine. Aveva un aspetto quasi sorprendente per un uomo destinato a diventare uno dei briganti più temuti del Mezzogiorno: un volto dai tratti gentili, lunghi capelli e, secondo la memoria popolare, perfino una piccola chitarra decorata con nastri colorati appesa al cavallo. Proprio questo contrasto tra l’aspetto quasi romantico e la fama di uomo spietato contribuì ad alimentarne la leggenda.
Le cronache del tempo gli attribuirono anche atti di estrema crudeltà, come l’estrazione del cuore dal petto di alcuni soldati uccisi. Al di là delle testimonianze più raccapriccianti, resta una figura emblematica di quella guerra: un uomo diventato simbolo della ferocia e della brutalità di quegli anni, ma anche del modo in cui il brigantaggio trasformò uomini marginali in figure destinate a entrare nell’immaginario popolare. La morte di Ninco Nanco è avvolta da un piccolo mistero. Il 13 marzo 1864 fu catturato nei pressi di Lagopesole e venne ucciso da Nicola Coviello, un caporale della Guardia Nazionale di Avigliano quando ormai era stato catturato e non rappresentava più un pericolo. La spiegazione ufficiale fu molto semplice: Coviello aveva voluto vendicare il cognato, ucciso da Ninco Nanco l’anno precedente.
Ma fin dall’epoca circolò un’altra versione: che Ninco Nanco fosse stato eliminato perché avrebbe potuto rivelare i rapporti e le connivenze tra alcuni briganti e personaggi influenti del territorio. Un’ipotesi che coinvolgeva anche il comandante della Guardia Nazionale, Benedetto Corbo.
Non sappiamo quale delle due versioni sia vera. E proprio questo silenzio è interessante: perché, in una guerra combattuta anche attraverso vendette, protezioni e connivenze, il confine tra chi combatteva il brigantaggio e chi, nell’ombra, aveva rapporti con i briganti poteva essere molto meno netto di quanto raccontino le versioni ufficiali.
Ma la violenza non fu soltanto quella dei briganti. L’esercito italiano rispose con una repressione altrettanto brutale, arrivando in diversi casi a esporre pubblicamente i cadaveri o le teste dei briganti uccisi, come macabro monito alla popolazione. La vicenda di Ninco Nanco, ucciso nel 1864, è emblematica: il suo cadavere venne esposto pubblicamente ad Avigliano e poi a Potenza.
Una spirale di ferocia in cui la violenza chiamava altra violenza.
Tra le figure più singolari possiamo ricordare anche Michelina Di Cesare, originaria del Casertano, che entrò nella banda di Francesco Guerra e partecipò direttamente alle azioni armate. La sua presenza mostra come, seppure in forme minoritarie, anche le donne potessero essere coinvolte direttamente nel brigantaggio.
Un episodio particolarmente drammatico avvenne a Castellammare del Golfo, in Sicilia, nei giorni della rivolta contro la leva obbligatoria del gennaio 1862. Dopo l’insurrezione del 2 gennaio, l’intervento dei bersaglieri portò alla cattura e all’uccisione di alcuni civili nella contrada Falconiera, tra cui il parroco don Benedetto Palermo.
Tra le vittime ci fu anche Angelina Romano, una bambina di nove anni. Una testimonianza tramandata racconta che, dopo aver assistito all’uccisione degli adulti, la bambina cominciò a piangere e a chiedere di essere risparmiata. I militari l’avrebbero allora presa e fucilata. Nei documenti militari è riportata una registrazione estremamente asciutta: «Romano Angelina, di anni nove, fucilata, accusata di brigantaggio». La sua morte, ingiustificabile e brutale, resta simbolo delle vittime innocenti del Risorgimento, spesso dimenticate dalla storiografia ufficiale. È interessante anche il modo in cui la memoria di questi personaggi è arrivata fino a noi: oggi esistono strade intitolate a Carmine Crocco e Ninco Nanco, mentre Angelina Romano è ricordata con vie e piazze in diversi comuni italiani. È un segno di come il brigantaggio e la repressione siano ancora oggi oggetto di una memoria pubblica tutt’altro che pacificata.
Crocco, Ninco Nanco, Michelina Di Cesare e Angelina Romano raccontano, ciascuno a modo suo, un brigantaggio fatto di ribellione, violenza, interessi e disperazione, in cui le ragioni della rivolta finirono spesso per confondersi con la brutalità della lotta armata.
E quando la violenza diventa la lingua con cui si affrontano i conflitti, alla fine non resta più nessuno capace di ascoltare le ragioni dell’altro.
La risposta dello Stato fu durissima e, in alcuni momenti, assunse i caratteri di una vera guerra civile. Ci furono fucilazioni sommarie, arresti e rappresaglie contro intere comunità. Nell’agosto del 1861, nel clima di rivolta che seguì l’Unità, Pontelandolfo e Casalduni, nei pressi di Benevento, furono teatro di uno degli episodi più drammatici della repressione del brigantaggio.
A Pontelandolfo, dove la popolazione si era sollevata anche sotto l’influenza dei sostenitori del vecchio regime borbonico, un reparto di 45 soldati italiani trovò rifugio nel castello. Quando tentò di allontanarsi, fu intercettato nei pressi di Casalduni e massacrato. La risposta delle autorità fu una durissima rappresaglia: i due paesi vennero occupati dalle truppe, saccheggiati e dati alle fiamme, mentre numerosi civili persero la vita.
A guidare le forze impegnate nella repressione era il generale Enrico Cialdini, allora luogotenente del re a Napoli e comandante delle forze impegnate nella lotta al brigantaggio. Una testimonianza particolarmente significativa è quella del maggiore Carlo Melegari, che raccontò di essere stato convocato dal generale Carlo Piola Caselli dopo l’uccisione dei soldati. Piola Caselli gli avrebbe comunicato che «il generale Cialdini non ordina, ma desidera che di quei due paesi non rimanga più pietra sopra pietra».
L’episodio mostra bene fino a che punto potesse arrivare la repressione nei primi anni dello Stato unitario. La lotta non si limitò alle bande armate: in alcuni casi la violenza colpì anche le popolazioni dei luoghi considerati focolai di rivolta. Ed è proprio la logica di questa rappresaglia contro la popolazione civile che ha portato lo storico Angelo Del Boca ad accostare le violenze di Pontelandolfo e Casalduni agli eccidi compiuti dai tedeschi a Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto. Nel 1862, in vaste zone del Mezzogiorno, venne proclamato lo stato d’assedio: in pratica, l’esercito assumeva poteri straordinari e la normale autorità civile veniva subordinata a quella militare. Dal 1863 la legge Pica rese stabile un sistema d’emergenza: tribunali militari, fucilazioni, domicilio coatto e severe misure contro i presunti favoreggiatori. Oltre diecimila persone furono sottoposte a processi davanti ai tribunali militari nei due anni di applicazione della legge.
Vale la pena, a questo punto, fare un piccolo passo indietro rispetto alla grande storia e guardare a ciò che accadeva qui, a Cava de’ Tirreni.
Le carte dell’Archivio di Stato di Salerno documentano, tra la fine del 1860 e il 1861, diversi episodi di opposizione e malcontento nella nostra città nei confronti delle nuove autorità e del processo di unificazione. Il 16 ottobre 1860, a Santi Quaranta, Antonio Pisani viene accusato di aver diffuso «voci e disordini tendenti a spargere il malcontento contro il governo italiano». Due mesi dopo, il 25 dicembre, a Pregiato, più di trenta persone vengono accusate di aver preso parte a manifestazioni di aperta ostilità nei confronti del nuovo potere politico. Ancora più significativo è ciò che accade sul Monte Sant’Angelo. Il 7 aprile 1861 Gaetano D’Elia, indicato nei documenti come «gendarme congedato di Cava de’ Tirreni», viene accusato di istigazione alla sollevazione. Al centro dell’accusa c’è l’esposizione, sulla cima del monte, di una bandiera bianca con l’immagine della Madonna dell’Olmo. Qualche mese dopo, il 17 luglio, un altro procedimento relativo a Cava e Nocera parla di una banda accusata di voler cambiare la forma di governo e di indurre i cittadini ad armarsi contro lo Stato: tra gli accusati figura un cavese, Sabato D’Alessio.
Questi documenti vanno letti con prudenza: non dimostrano semplicemente che a Cava ci fosse un fenomeno di brigantaggio organizzato. Testimoniano però qualcosa di altrettanto interessante: nei primi mesi dell’Italia unita esistevano anche nella nostra città forme di opposizione politica, malcontento e resistenza nei confronti del nuovo Stato. Alla fine la repressione riuscì a spezzare il grande brigantaggio, ma ebbe anche un costo politico e umano enorme. Secondo alcune stime le vittime tra briganti e popolazione furono più di diecimila, cui vanno aggiunti i militari morti durante le operazioni e per le difficili condizioni di vita. E qui si apre una questione decisiva: quando uno Stato appena nato risponde a una rivolta con l’esercito, con poteri straordinari e con la repressione di intere comunità, può anche ristabilire l’ordine. Ma può contemporaneamente rendere più difficile la nascita di quel sentimento di appartenenza nazionale che l’Unità avrebbe dovuto costruire. È anche attraverso queste ferite che si approfondisce il solco tra il nuovo Stato e una parte delle popolazioni meridionali. La repressione infatti lascia irrisolta la questione più profonda: la condizione delle masse contadine meridionali e il loro rapporto con il nuovo Stato nazionale.
È proprio da qui che, pochi anni dopo l’Unità, comincia a delinearsi quella che verrà chiamata questione meridionale. La domanda non è più soltanto come reprimere il brigantaggio, ma: perché una parte così grande dell’Italia vive in condizioni di povertà e di esclusione così profonde? E, ancora più radicalmente: perché, dopo aver fatto l’Italia, gli italiani non sono ancora diventati una vera comunità nazionale?
A queste domande, nei decenni successivi, risponderanno storici, politici, economisti, sociologi e scrittori, con interpretazioni diverse e spesso opposte. (2^ parte – segue)
professor Giovanni Santoriello







