Peppino Gargani, un’amicizia dentro la politica
Capace di unire rigore istituzionale e profonda umanità, Gargani viene ricordato per la sua presenza discreta nei momenti difficili e per il suo impegno civile sempre coerente. La sua figura emerge come esempio di politica vissuta senza perdere mai il senso delle persone
Si è spento a Roma, all’età di 91 anni, l’onorevole Giuseppe Gargani, storico esponente della Dc, attuale presidente dell’Associazione degli ex parlamentari, già sottosegretario alla Giustizia ed europarlamentare. Gargani è stato soprattutto un protagonista di quel gruppo storico della Democrazia Cristiana avellinese guidato da Ciriaco De Mita, che fortemente incise e influenzò per anni la vita politica e istituzionale del Paese
Ci sono persone che la politica le attraversa, ma che restano nella memoria soprattutto per un tratto umano difficile da spiegare fino in fondo. Peppino Gargani per me è stato questo: un amico prima ancora che un protagonista della lunga stagione politica italiana.
Il ricordo che oggi prevale su tutto non è quello dei ruoli istituzionali, né delle cariche ricoperte in una vita parlamentare intensa e lunga. È un ricordo personale, che appartiene alla mia storia familiare e ai momenti più dolorosi: la perdita di mio padre Vincenzo e, anni dopo, di mia madre. Sono assenze che non si colmano mai.
È proprio in questi passaggi che ho compreso chi fosse davvero Peppino.
Quando la vita si è fatta più dura, la sua presenza non è mai mancata. Discreta, rispettosa, mai invadente, ma profondamente vera. Sapeva esserci senza parole inutili, con una vicinanza che non aveva bisogno di essere spiegata.
Eppure la nostra storia non è stata fatta solo di vicinanza. Ci sono stati anche momenti di confronto politico forte, soprattutto negli anni della mia giovinezza. Una delle vicende più significative fu quella del trasferimento dello stabilimento Fiat da Eboli a Grottaminarda, deciso con quello che allora fu percepito come un vero e proprio colpo di mano. In quella stagione il confronto attraversò i democristiani salernitani e irpini, con posizioni diverse e talvolta contrapposte sulle strategie di sviluppo del territorio. Mio padre Vincenzo si era schierato su Eboli, mentre Peppino sosteneva le ragioni dell’insediamento a Grottaminarda. Ma anche dentro quella durezza politica, Peppino fu il primo a cercare il filo del recupero del rapporto personale: perché la sua umanità era più forte della rivendicazione territoriale e del tornaconto politico.
Se penso alla sua biografia politica, vedo un uomo dentro le istituzioni per decenni: deputato di lungo corso, sottosegretario alla Giustizia, dirigente della Democrazia Cristiana, protagonista delle trasformazioni della politica italiana tra Prima e Seconda Repubblica, fino all’esperienza europea. Ma soprattutto vedo un giurista e un legislatore di straordinaria competenza, capace di incidere in modo profondo nella produzione normativa, in particolare in materia di giustizia, dove il suo lavoro era fatto di studio, equilibrio e presenza costante nei passaggi decisivi.
Non era un politico di superficie. Era uno che conosceva le istituzioni dall’interno e le abitava con serietà.
Ma negli ultimi anni c’era un’altra immagine, forse ancora più forte.
Peppino fu presidente del comitato per il “No” al referendum costituzionale del 2016. In quella battaglia mi volle accanto, condividendo un percorso comune fatto di convinzione civile, rispetto istituzionale e confronto aperto. Non era solo una posizione politica: era un modo di intendere la Costituzione, il bilanciamento dei poteri e la dignità delle istituzioni.
In quest’ultimo periodo, ancora solido e vivo nonostante la dolorosa scomparsa della moglie, Peppino continuava a essere protagonista con una energia che sorprendeva. L’impegno civile lo teneva dentro la vita pubblica, dentro il dibattito e dentro le istituzioni anche quando non aveva più ruoli formali.
In questa fase si è impegnato con grande determinazione nella battaglia per impedire il varo di una legge elettorale interamente imperniata su liste bloccate e su un premio di maggioranza abnorme. Era per lui una questione decisiva di qualità della democrazia e di dignità della rappresentanza parlamentare.
Con l’Associazione degli ex parlamentari ha continuato a coltivare una funzione che sentiva profondamente: non quella della nostalgia, ma quella della responsabilità della memoria repubblicana. In questo quadro promuoveva convegni e momenti di riflessione dentro le università e nelle sedi più autorevoli del pensiero giuridico. Ricordo in particolare un incontro al Suor Orsola Benincasa di Napoli, intenso e partecipato, in cui il confronto non fu solo tecnico, ma profondamente civile.
In quelle occasioni Peppino non cercava mai lo scontro fine a sé stesso. Cercava un punto di equilibrio possibile, ma anche — quando necessario — una solida linea di resistenza a ciò che riteneva sbagliato per la qualità della democrazia.
Anche allora, come sempre, lo si vedeva nel suo tratto più autentico: la capacità di unire lucidità politica e responsabilità istituzionale, senza mai perdere il senso umano del confronto.
Ma tutto questo, oggi, resta sullo sfondo.
Perché ciò che emerge con più forza è altro.
È la sua capacità di restare umano dentro la politica e umano fuori dalla politica.
È la sua discrezione nei momenti del dolore, la sua capacità di avvicinarsi senza invadere, di condividere senza pesare.
In un tempo in cui la politica tende spesso a diventare distanza o contrapposizione assoluta, Peppino rappresentava un’altra idea: quella per cui si può essere anche su fronti diversi, senza smettere di riconoscersi come persone.
E questo, per me, è il suo insegnamento più grande.
Non solo il politico, non solo il giurista, non solo il protagonista di una lunga stagione istituzionale.
Ma l’uomo.
E soprattutto l’amico.







