Non sono muri, è avventurismo

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Ma perché la maggioranza degli Italiani è tanto angosciata dall’immigrazione? Perché chi cavalca questa paura ottiene risultati elettorali strabilianti, ai quali fanno da contraltare quelli avvilenti degli ‘accoglienti’? Possiamo accontentarci di rispondere a queste domande etichettando come razzista il sessanta per cento degli Italiani? Credo vada fatto uno sforzo di comprensione.

Anche nei momenti di emergenze gravissime – ad esempio durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale o dopo il terremoto – sono stati delle mosche bianche quelli che, disponendo di residenze spaziose e sicure, le hanno aperte agli sfollati. Tutt’al più qualcuno ha ospitato parenti ed amici, con l’intesa che sarebbe stata un’ospitalità di breve durata. Ma la gran parte dei senza tetto sono stati alloggiati in tendopoli, o in conventi, o in container diventati col tempo delle baraccopoli.

Il capofamiglia che, in circostanze emergenziali, decidesse di far entrare in casa sua tutti coloro che bussano alla porta, senza neanche badare alla loro identità né a quanti siano, e poi di lasciarli convivere permanentemente in casa con i propri familiari, verrebbe in breve tempo interdetto dai suoi. Figuriamoci poi se uno degli ospiti dovesse molestare una donna della famiglia o rubare oggetti o soldi! La casa è il luogo delle proprie sicurezze. In casa nostra entrano solo quelli che invitiamo. È logico ed istintivo.

Allungando lo sguardo oltre la propria famiglia e la propria abitazione, sono le nostre città e, ancora più in là, la nostra patria le residenze allargate nelle quali ci sentiamo al sicuro e nelle quali vogliamo accogliere solo chi conosciamo ed invitiamo. Ci sentiamo invece violentati se qualcuno che non conosciamo, magari dal colore della pelle per noi non usuale, sbarca sulle nostre spiagge senza alcuna autorizzazione e pretende di restare nel nostro paese. E non ci riconosciamo nei governi che aprono loro le porte, dai quali ci sentiamo traditi.

Questa è la psicologia collettiva che oggi accomuna la maggioranza degli Italiani.

Dall’altra faccia della medaglia c’è la realtà drammatica dell’esodo di milioni e milioni di persone da una parte all’altra del pianeta. Vuoi per sfuggire alle guerre o a dittature sanguinarie; vuoi per scampare alla fame; vuoi per raggiungere quelli che agli occhi dei miliardi di poveri che abitano la terra appaiono come degli eldorado: l’Occidente e gli Emirati Arabi.

Non si tratta di qualche centinaio o di qualche migliaia di migranti; sono circa trecento milioni le persone che negli ultimi anni si sono trasferite o che si stanno trasferendo da una parte all’altra del mondo. Si portano dietro le loro culture, le loro fedi, le loro speranze; ed anche la loro rabbia, acuita dalla marginalità in cui finiscono, con tutte le problematiche conseguenti. È puro avventurismo immaginare che chiudendo i porti, lasciando cinicamente annegare i migranti nel mare, adottando politiche xenofobe si possa fermarne questo fenomeno di proporzioni gigantesche. I muri, alla lunga, o saranno abbattuti o ci porteranno ad una guerra.

Quando i disperati dei barconi, abbandonati a se stessi ed alla ricerca di protettori, si renderanno consapevoli strumenti di politiche aggressive di Stati armati, saremo arrivati alle soglie del conflitto mondiale. Ci siamo ormai vicini.

La risposta non possono perciò essere i muri; così come la risposta alle paure degli Italiani non possono essere la denunzia morale della xenofobia e il buonismo. Occorre una gestione equilibrata della problematica; sul terreno politico, culturale, sociale e diplomatico. Il Decreto Minniti con l’istituzione degli SPRAR andava in questa direzione. Ora è stato abrogato di fatto dal Decreto Salvini. E siamo in pericolo.

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