Mykhailo Fedorov, il rivoluzionario digitale che ora sfida Zelensky
Dall’ideazione della “nazione digitale” alla guida della resistenza informatica contro Mosca, Fedorov è il 35enne che ha trasformato lo smartphone in un’arma di guerra. Oggi chiede elezioni in pieno conflitto e apre un fronte politico che può ridisegnare il futuro dell’Ucraina
Un mese fa è stato destituito da Ministro della Difesa da Zelensky, l’altro ieri sera sul suo canale YouTube ha chiesto di tenere le elezioni in tempo di guerra. Chi è precisamente Mykhailo Fedorov? Dobbiamo interessarcene e non solo perchè potrebbe essere il prossimo presidente dell’Ucraina. Fedorov è stato uno degli uomini del Presidente, il più giovane di quella che fu definita la Band of brothers di Zelensky. Classe 1991, è uno degli ideatori della resistenza digitale ucraina con alle spalle una compagnia di sceneggiatori, registi e digital strategist.
Grazie a Fedorov, l’Ucraina è stata, soprattutto nei primi anni del conflitto, in grado di contrastare quella che i casi Brexit e Trump avevano fatto sembrare una corazzata invincibile: la propaganda digitale russa. L’information war è uno strumento di soft power che al 24 febbraio 2022 sembrava essere di dominio esclusivo dei propagandisti di Mosca, nelle abili mani di hacker, troll e bot russi.
Fedorov si laurea all’Università statale di Zaporizhzhya, una delle città più martoriate dalla guerra, dove dal 2009 al 2014 studia alla facoltà di sociologia e management.
Segue corsi di business plan e dedica la tesi all’imprenditoria giovanile, uno dei suoi interessi principali come dichiara lui stesso su Facebook. È uno studente attivo nella vita politica della sua città e a 28 anni si ritrova nella lista dei 120 volti nuovi che saranno eletti con il partito di Zelensky di cui è social media manager.
Fedorov aveva tentato di entrare in Parlamento nel 2014 con un partito piccolo che aveva già nel nome il punto cruciale del programma: “5.10”, dove 5 è la percentuale di IVA e 10 la tassa sugli stipendi. La figura di Fedorov tra i candidati di Zè (questo è il soprannome di Zelensky), rappresentava l’istanza di rinnovamento di un Paese affossato dalla pesantissima burocrazia di eredità sovietica.
Prima di diventare un uomo chiave del candidato presidente, Fedorov aveva già fondato, giovanissimo, una società di servizi digitali che si occupa principalmente di marketing sui social, la SMM Studio, tra i cui clienti figurava la Kvartal, la società di produzione del Servitore del popolo.
Il giorno del giuramento da parlamentare, Fedorov, rimette il mandato per assumere il ruolo di Ministro della trasformazione digitale e Vice Primo ministro nel governo guidato da Oleksij Hončaruk (che rimarrà in carica meno di un anno) mantenendo quei ruoli nell’esecutivo successivo, quello del Primo Ministro Denys Šmyhal.
Il Ministero della trasformazione digitale fu creato su misura di Fedorov che vede lo Stato come una nazione digitale che include proposte radicali per il futuro dell’amministrazione pubblica e della democrazia stessa. Il suo staff proviene dal mondo del business che “non ha mai lavorato per la pubblica amministrazione”. “Semplifichiamo i servizi pubblici, creiamo lo Stato digitale, e aboliamo giacca e cravatta”, dichiarava lui stesso su Twitter.
L’ideale, più che l’idea, era quello di ricondurre ogni problema sociale ad una soluzione tecnologica. I due anni di lavoro al Ministero, prima del fatidico 2022, sono la base su cui poggiano le tante azioni di resistenza digitale che disegnano un futuro in cui la linea di demarcazione tra usi militari e civili delle tecnologie non è più così netta.
Chiamato per automatizzare al 100% i servizi della Pubblica Amministrazione, Fedorov diventa, dopo l’invasione, l’uomo che nella definizione di Wired trasforma “lo smartphone in una macchina da guerra”. La nazione digitale pensata dal giovane ministro diventa una nazione capace di difendersi da un invasore che rappresenta un modello superato e novecentesco di gestione del potere perché, dice Fedorov, “i governi devono tendere a diventare più simili a compagnie tecnologiche invece di essere rigidi come carrarmati”.
A due mesi dall’inizio dell’invasione twitta “Mentre l’Ucraina è il primo paese al mondo (per numero di) ID digitale che la controparte legale completa nei documenti cartacei, l’esercito russo sta restaurando il monumento di Lenin nella città temporaneamente occupata di Nova Kakhovka. Non è un digital divide, ma un divario di civiltà. Lanceremo Leninfall 2.0 al più presto”
Gli stessi concetti Fedorov li ripete un mese più tardi a Davos, in occasione dello Young Leaders Forum, quando, via Twitter, annuncia che “L’Ucraina coopererà con il team di Microsoft sulla documentazione dei danni e dei crimini di guerra per le agenzie delle Nazioni Unite. La società parteciperà al processo di ricostruzione” aggiungendo quella che definisce come una “notizia tanto attesa per i nostri giocatori: Xbox sarà in ucraino.” Non è un dettaglio quello della Xbox, piuttosto è un bersaglio, un uditorio di consenso a cui Fedorov punta.
La digitalizzazione, che il Ministro definisce come una arma per “resistere e dare conforto agli ucraini durate la guerra” è stata possibile grazie alla velocizzazione dei processi decisionali ottenuti prima dell’inizio del conflitto tramite innovazioni tecnologiche e accelerazione dei processi burocratici che aiuteranno il Paese una volta finita la guerra. “Stiamo plasmando una visione di un governo postbellico. Il governo deve diventare flessibile e mobile come una azienda IT, automatizzare tutte le funzioni e i servizi, cambiare significativamente la struttura, ridurre del 60% il numero dei funzionari, introdurre privatizzazioni su larga scala ed esternalizzazione delle funzioni governative. Anche in dogana. Solo un tale governo sarà in grado di realizzare riforme rapide e coraggiose per ricostruire il paese e garantire un rapido sviluppo”.
Il faro da seguire era quello dell’Estonia, modello di digitalizzazione in Europa e non solo: no alla burocrazia e no alla coda di persone agli sportelli deli uffici pubblici (una scena che si vede più volte nella serie tv “Servitore del popolo”). Il mantra di Fedorov, ovviamente declinato sui social, è “Più piccolo è lo stato nell’economia, meglio è”. “Nel nostro paese ci sono diverse migliaia di servizi pubblici. La maggior parte dei quali sono inutili. E li trasformeremo nel tempo.”
Molte delle sue idee sono vicine a quelle di Gianroberto Casaleggio, ideologo del Movimento 5 Stelle, creatore dei suoi slogan fondanti come “Uno vale uno” e predicatore del voto on line sulla piattaforma Rousseau. Fedorov ha più volte dichiarato di voler arrivare al voto elettronico “Ne sono certo al 100%” disse in occasione del Personal Democracy Forum Ukraine nel 2020: “il futuro appartiene alle elezioni elettroniche e digitali. Ci vorranno 5, 10 o 20 anni ma il presidente, i sindaci, i parlamentari saranno eletti con tecnologie di rete”.
La ‘democrazia diretta’, già delineata dalle banalizzazioni di Casaleggio, trova applicazione in una app governativa che porta “lo Stato nello smartphone”: la Diia.
A giugno 2022, in pieno conflitto, la e-democracy viene utilizzata per un sondaggio sul libero possesso di armi da fuoco. “Più di 1,7 milioni di cittadini hanno votato”– annuncia via Twitter un Fedorov trionfante – “59% favorevoli al libero possesso; 22% contrari; 19% sì ma solo in casi speciali”.
Aggiunge: “Un tale livello di coinvolgimento è un indicatore che ci stiamo muovendo nella giusta direzione. Non tutti gli stati oggi possono comunicare con i propri cittadini in pochi click. Questo è un caso piuttosto unico di e-democracy diretta”.
È effettivamente un numero rilevante, 1,7 milioni di voti, su una popolazione di 40. Ancora più rimarcabile se consideriamo che quel dato viene registrato al terzo mese di assedio russo finalizzato spesso a colpire le infrastrutture delle telecomunicazioni. L’obiettivo del più giovane dei ministri ucraini, prima della guerra, erano i 25 milioni di utenti (la maggior parte della popolazione, quindi) che utilizzano i servizi elettronici governativi almeno una volta all’anno, per rendere Internet onnipresente e per garantire che l’intero paese abbia almeno una padronanza di base delle competenze informatiche.
Se facciamo un confronto con la piattaforma Rousseau usata dai 5 Stelle, i cui votanti non superavano le 200 mila unità, più volte andata in crash durante le consultazioni elettroniche, e che spesso è stata oggetto di attacchi hacker, o la piattaforma Consul del partito Podemos con 500 mila iscritti, il risultato è ancora più stupefacente.
Quella della Diia è una manifestazione potente del cosiddetto cyber populismo che serve a dare legittimazione popolare a situazioni complesse espresse in quesiti a contrasto.
La Diia, a differenza di Rousseau e Consul, a cui si aggiungono altri esperimenti ancor meno riusciti come “Momentum” nata per la candidatura di Corbyn con i laburisti, è una app governativa, quindi non una piattaforma di partito, in più è ad identità certificata.
Quella stessa app consente durante la guerra di segnalare spostamenti delle truppe nemiche sul proprio territorio e la presenza di infiltrati russi nella popolazione o i crimini di guerra dell’esercito di Putin. Anche per questo Fedorov è stato definito da Wired “a formidable war machine”.
Nel marzo 2021, da Ministro, scriveva su Facebook “Quando abbiamo lanciato Diia, abbiamo subito capito che tutti i servizi sarebbero stati lì, che il marchio doveva essere ciò di cui gli ucraini sarebbero stati orgogliosi, che il mondo lo avrebbe saputo, anche l’immagine del design era nell’immaginazione”. La ‘visione’ a cui si riferisce Fedorov, che sposa l’attività manageriale con quella di governo, è quella dell’emiro di Dubai, Mohammed bin Rashid Al Maktoum: non proprio un modello di democrazia. L’emiro di Dubai aveva ricevuto Zelensky, accompagnato da Fedorov, nel febbraio 2021, in piena pandemia, per instaurare una serie di rapporti commerciali e di sviluppo delle relazioni tra i due Paesi. La “Perla del Golfo” fornirà più volte aiuti umanitari ai civili ucraini durante la guerra, secondo ReliefWeb, senza però mai condannare l’invasione da parte della Russia, partner commerciale privilegiato degli Emirati Arabi. Una posizione di finta neutralità che cade il 26 febbraio 2022 con l’astensione del voto (assieme a Cina e India) sulla risoluzione dell’Onu di condanna dell’invasione russa.
L’obiettivo dell’evangelista digitale di avere successo tanto in economia quanto nella geopolitica fallisce proprio con la sua ‘musa’.
Il click, la misura della distanza tra lo Stato e il cittadino disegnata da Fedorov ed applicata finché non sono iniziate a piovere bombe, diventa il punto di contatto tra la popolazione assediata e il resto del mondo che guarda i social seduta sul divano.
Il 27 dicembre 2021, due mesi prima dell’invasione, Fedorov, su Twitter, scrive che il 2022 sarà “L’anno delle decisioni strategiche veloci, delle grandi sfide e delle tecnologie. Grazie all’Esercito ucraino possiamo lavorare e lanciare progetti rivoluzionari. Lo stato digitale si sta sviluppando nonostante l’invasione su vasta scala e nelle condizioni della prima.
L’augurio era che il 2022 sarebbe stato “l’anno della invincibilità”; diventerà invece l’anno della cesura storica di un cambiamento definitivo dei conflitti che non si combattono più solo nel mondo fisico ma anche in quello digitale.
Poco meno di un’ora prima che i carrarmati russi, il 24 febbraio, iniziassero la loro marcia, gli hacker di Mosca hanno abbattuto il sistema di comunicazioni satellitari in Ucraina gestito dalla americana Viasat. È stato subito evidente che si rendeva necessario un arruolamento di cyber soldiers che consentisse al Paese di rimanere connesso.







