Moralismo, M5S e castrazione della dialettica politica

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(foto tratta dal sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri)

Il piglio moralistico del M5S sul caso Siri, rafforzato dalle indagini della Procura di Milano su vicende di corruzione in cui è coinvolto per abuso d’ufficio il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, va delineandosi come una sorta di guerra di logoramento nei confronti della Lega.

Il che lascia immaginare che sarà l’argomento più battuto nella campagna elettorale per le Europee, reso palese dal linguaggio usato dal vicepremier Luigi Di Maio per mettere all’angolo il suo omologo della Lega, Matteo Salvini: quasi a volere rimarcare una frattura antropologica, tra buoni e cattivi o onesti e corrotti e loro amici. Si tratta di una metodologia di lotta politica non nuova, il cui copy-right appartiene storicamente alla cultura delle ideologie totalitarie: o di qua o di là; con me o contro di me.

Al di là del bene e del male presenti nella società e delle regole dello Stato di diritto in cui la presunzione è garantita all’innocenza e non alla colpevolezza, questa sfida intrapresa dal M5S non profila un buon viatico per la salute del Governo gialloverde. Essa tocca sensibilità che vanno oltre i contenuti circoscritti nel “contratto” ed hanno una carica dirompente più forte dello stato di necessità che ne ha determinato la sottoscrizione, per carenza di alternative, da parte di forze incompatibili per cultura politica ed interessi sociali e territoriali.

Non è la prima volta che i palazzi della politica italiana vengono scossi o terremotati dalla Magistratura inquirente: la stagione più famosa è quella di “mani pulite”, ma non mancano nella conta altre vicende sia dell’era repubblicana che antecedente. Il problema, visto in termini di sistema di relazioni istituzionali e di separazione dei poteri, non è la rimozione del marcio dalla gestione della cosa pubblica che spetta alla politica prima dell’arrivo degli inquirenti, quanto il ricorso all’opera della Magistratura per aggiornare la rappresentanza politica.

Sarebbe un’abdicazione di poteri, contrastata in altre stagioni politiche, o un’ammissione di carenza di cultura democratica, rimettendo competenze e responsabilità ad altri. In questo caso, mutuando un detto popolaresco, si potrebbe ipotizzare la formula: un avviso di garanzia al giorno toglie il politico corrotto di torno. Ma se si ignora la presunzione di innocenza è probabile che conti di più la condizione di “nemico” da abbattere. Perciò, si pone una questione di civiltà giuridica, di dignità della politica e di lealtà di rapporti tra forze in competizione, che sembra qualcosa di irrilevante nell’attualità della pubblica discussione.

Il loro rispetto non è un affare interno alla maggioranza che sostiene il Governo gialloverde; riguarda tutti i partiti, compreso il M5S, stante la policromia politica dei destinatari degli avvisi di garanzia, da Nord al Sud, passando per il Centro. A meno che non si voglia mettere la testa sotto la sabbia e ragionare per dispetto verso il leader più quotato nei sondaggi, lasciando ai pentastellati l’esclusiva del moralismo.

Vale la pena castrare la dialettica politica per un dispetto elettoralistico? L’interrogativo riguarda anche l’opera di informazione e di riflessione da parte dei media di vecchio e nuovo conio.

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