La tenacia che supera la forza
Quando la potenza militare tenta di cancellare popoli e identità, la resistenza dei corpi vulnerabili ricompone la politica dal basso. Ucraina e Palestina mostrano che la tenacia collettiva è l’unica forza capace di sopravvivere alla distruzione.
C’è un inganno tragico che domina la geopolitica contemporanea, è l’idea che la forza bellica coincida con la vittoria e che il massacro equivalga al dominio. Lo vediamo nell’aggressione russa contro l’Ucraina e nella devastazione condotta da Israele nella Striscia di Gaza: due scenari in cui una sproporzionata forza di fuoco — fatta di missili, bombardamenti a tappeto, occupazione e assedi — viene schierata per annientare la sovranità, la cultura e la presenza stessa di un popolo.
Eppure, a guardare oltre la superficie delle rovine, emerge una distinzione teorica e materiale fondamentale: la forza è lo strumento dell’oppressore; la tenacia è la condizione di esistenza dell’oppresso.
Per comprendere la portata politica di questo divario, la lezione della filosofa Judith Butler — in particolare nel suo lavoro sulla struttura del potere e sulla vulnerabilità resistente— si rivela una guida imprescindibile per leggere il presente.
La forza militare è un atto esibizionista di coercizione. Ha bisogno della spettacolarizzazione della distruzione per affermarsi: radere al suolo città, sradicare infrastrutture civili, affermarsi su altri popoli. L’obiettivo della forza è cancellare l’agency — la capacità di agire e autodeterminarsi — dell’altro, riducendolo a mero oggetto di dominazione.
Ma come Butler ci insegna, il potere non è mai un possesso monolitico che si applica dall’alto verso il basso senza crepe. La forza pura tradisce sempre la propria fragilità strutturale: più si fa violenta, disperata e totale, più rivela l’incapacità di raggiungere ciò che realmente cerca, ovvero la legittimazione e la sottomissione definitiva del soggetto. Infatti si assiste sempre di più, in un ordine mondiale ormai multilaterale, a ciò che personalmente definisco il ciclo concentrico della forza: un’occupazione o un’invasione possono spianare il territorio con la forza delle armi, ma non possono fabbricare il consenso né cancellare il fatto politico di una comunità che rifiuta di scomparire. La forza produce solo distruzione, ed è proprio quando pensa di aver cancellato ogni opposizione che si scopre incastrata in una guerra infinita contro l’invisibile.
Dal canto suo la tenacia non è passiva rassegnazione, né un vago principio morale. Nella cornice di Butler, la tenacia è un processo squisitamente politico di “soggettivazione e resistenza”. È il modo in cui i corpi esposti alla violenza della macchina bellica trasformano la loro stessa vulnerabilità in un’arma di persistenza.
In Ucraina, la tenacia non si misura solo sul fronte, ma nella capacità di una società di riorganizzare la vita quotidiana sotto le bombe, di cucire le reti di solidarietà, di mantenere viva la propria lingua e la propria cultura di fronte al tentativo nazionalista russo di negarne l’esistenza. Molti giovani sono rimasti nella loro terra per ricostruire pezzo per pezzo, su macerie dolorose, la loro vita è quella di chi possibilmente, a guerra finita, nostalgicamente vorranno riscostruire le proprie radici. Veri e propri Eroi contemporanei.
In Palestina, la tenacia assume la forma profonda del “sumud” (l’inflessibile perseveranza): la scelta quotidiana dei gazawi e dei palestinesi di non abbandonare la propria terra, di scavare tra le macerie per riprendere la vita, di curare i feriti in ospedali d’emergenza, di esistere fisicamente contro una politica di cancellazione demografica e territoriale.
Se la forza dell’oppressore cerca di disumanizzare e disperdere, la tenacia degli oppressi riassumila i frammenti della comunità. Come nota Butler, la vita vulnerabile non si limita a subire l’ingiustizia: si allea con altre vite vulnerabili. Il corpo esposto, che rifiuta di essere spazzato via, diventa esso stesso una dichiarazione politica: “Siamo ancora qui”, dice la filosofia è professoressa di Berkley.
La storia dei conflitti dimostra che l’asimmetria delle armi viene quasi sempre ribaltata dall’asimmetria della tenacia. La forza può vincere una campagna di distruzione, ma non può spezzare la trama psichica e politica di un popolo che ha deciso che la propria sopravvivenza è l’atto politico definitivo.
Le guerre in Ucraina e in Palestina mostrano che la tenacia è una risorsa inesauribile perché non dipende dai depositi di munizioni, ma dalla memoria collettiva, dal legame con la terra e dal rifiuto della cancellazione. La forza militarizzata, per quanto distruttiva, accumula solo rovine. La tenacia dei popoli, nel lungo corso della storia, ne scrive l’esito.







