Caro elettore, vade retro!
Tra promesse elettorali e assenze istituzionali, il rapporto tra cittadini ed eletti si incrina dopo il voto, alimentando sfiducia e disillusione. Il distacco della politica dai bisogni reali delle persone rischia di rafforzare l’astensionismo e di compromettere il senso stesso della democrazia
Sono un sociologo, oltreché giornalista, e da sociologo mi corre l’obbligo morale di analizzare il comportamento dei politici a posteriori la loro elezione, secondo le diverse dinamiche ricorrenti.
Il fenomeno dei politici che cercano il consenso degli elettori durante la campagna elettorale, per poi dimenticarsi delle loro necessità una volta eletti, è una delle critiche più diffuse e storiche alla classe politica, spesso riassunta nel dibattito pubblico con i termini di populismo, demagogia o opportunismo politico. Durante i periodi di campagna elettorale c’è un vero e proprio tartassamento dei candidati a suon di Wp, msg ed e-mail verso gli elettori, la competizione spinge altresì molti candidati a utilizzare la strategia del “voto di scambio” emotivo o materiale, promettendo riforme radicali, bonus, posti di lavoro o risoluzioni rapide a problemi complessi.
Una volta ottenuta la carica (praticamente il loro tornaconto), la realtà istituzionale, i vincoli di bilancio e le trattative di coalizione (aggiungerei anche una buona dose di strafottenza) sono il giusto alibi per svincolarsi dalle promesse fatte in campagna elettorale tale da generare il distacco della “casta” o élite. La maggioranza dei critici evidenzia come il sistema politico tenda a isolare gli eletti all’interno di dinamiche di potere autoreferenziali. Una volta entrati nei palazzi del potere, le priorità cambiano: l’obiettivo principale si sposta dal rispondere ai bisogni della base elettorale al mantenimento dello status quo, della propria posizione (privilegiata) o agli equilibri interni ai partiti, creando una vera e propria frammentazione del legame territoriale.
C’è anche da dire che in molti sistemi elettorali moderni (specialmente quelli con liste bloccate o grandi collegi), i candidati vengono scelti dalle segreterie dei partiti e non direttamente dai cittadini. Questo riduce la responsabilità diretta del politico nei confronti del territorio: sapendo di non dover rispondere direttamente a una specifica comunità locale per essere rieletto, il politico tende a dare priorità alle logiche dei leader di partito piuttosto che agli elettori. Tuttavia, non si può non tener conto del ciclo dell’attenzione dell’elettore. La politologia evidenzia anche un problema di memoria elettorale: spesso la disillusione porta all’astensionismo, lasciando spazio a nuove ondate di promesse da parte di altri schieramenti, alimentando un ciclo continuo in cui il cittadino si sente costantemente sfruttato e poi abbandonato. E la dimostrazione di ciò è la cosiddetta ‘irraggiungibilità di chi si è votato’, come se a colui a cui si è dato il proprio voto si fosse volatilizzato a furia di farsi negare o reso invisibile agli occhi dell’elettore, abbandonandolo in un pantano di illusioni.
Tale comportamento, ignobilmente opportunistico, crea la perdita della credibilità nelle istituzioni e, con essa, la fiducia dei cittadini. La democrazia vive di partecipazione. Quando il dibattito politico si concentra più sulla convenienza del momento (sull’interesse privato) che sul rafforzamento del rapporto tra elettori ed eletti, il rischio è uno solo: alimentare ancora di più la distanza tra il Palazzo e il Paese reale. Consegnare altri elettori al partito del “non voto”. E questa, più che una vittoria per qualcuno, è una sconfitta per tutti.
Una cosa deve essere chiara, gli eletti non sono nati per essere strumenti di potere ma per fare “vera” politica: la ricerca del bene comune, rispondere in primis alle esigenze dei propri elettori, condizione necessaria per il massimo sviluppo della persona umana.







