Il primo scoglio serio per Giorgia Meloni, la legge di bilancio 2023

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Mai come questa volta è il caso di ricordare la consueta giaculatoria di ogni fine d’anno, quando, in occasione della preparazione della Legge di bilancio, tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione, fanno a gara ad avanzare richieste di spese e contributi; quest’anno per la prima volta si trovano di fronte a un Premier donna, che però quanto a fermezza non è inferiore ai suoi predecessori maschi, anzi sembra ben più determinata di tanti.

Due rapide considerazioni.

La prima è che, piuttosto che a una diligenza, ci troviamo di fronte ad una specie di carro agricolo, peraltro abbastanza scalcinato, alla cui guida c’è non solo chi tiene le redini, la Meloni, ma anche due difensori con la carabina, Giorgetti e il Ragioniere generale dello stato.

La seconda è che la Meloni, senza mezzi termini, ha detto che il sentiero è strettissimo, le risorse sono al lumicino, trovare 30 o 35 miliardi è problematico, quindi si mettano tutti l’animo in pace, lascino perdere le promesse elettorali e si accontentino di quel che passa il governo.

Ovviamente da parte di tutti, anche dei suoi “sostenitori”, apriti i cieli.

Già in precedenza abbiamo avuto occasione di dire, e non siamo stati i soli, che Giorgia Meloni, alla quale le Istituzioni hanno affidato la guida del governo, più che l’opposizione deve temere la sua maggioranza, FI di Berlusconi e la Lega di Salvini.

I quali, già prima che la Meloni assumesse la guida dell’Esecutivo, iniziarono un’azione di sfiancamento: inizialmente da parte di Berlusconi, il quale con il suo 8% circa (oggi è al 6,4%), pensava ancora di avere un ruolo di primo piano, anzi al di sopra degli altri.

Ma non è che Salvini sia stato più docile, ebbe solo la furbizia di defilarsi mandando avanti il collerico Cavaliere.

Poi le acque si calmarono, a Giorgia Meloni venne conferito l’incarico, Berlusconi sembrava essersi acquietato, ma per l’opera di sfiancamento della Premier venne sostituito da Salvini, il quale oggi insiste sulla applicazione delle misure promesse durante la campagna elettorale, nonostante il consistente calo di consensi che pure il suo partito ha subito: dall’8,8% del 25 settembre, all’attuale 7,6% di oggi.

E’ il caso di evidenziare che i partiti in crescita sono solo Fd’I della Meloni (26% al 25.9.200, oggi 30,4%) e il M5S di Conte (passato dal 15,4% del 25.9.2022 all’attuale 16,9%): i dati recenti sono al 21.11.2022.

Del PD non è il caso di parlare per carità di patria: continua la discesa, anche in vista del Congresso e della nomina del nuovo Segretario.

E’ chiaro, però, che i due “alleati” della Premier, Berlusconi e Salvini, e i loro partiti, le sono sempre più ostili e non tralasciano occasione per aumentare la pressione, come hanno già fatto durante il mese trascorso, e quale occasione migliore della legge di bilancio 2023 per alzare la testa e tentare di ottenere quanto più possibile.

Ed è per questo motivo che già una settimana prima della riunione del CDM, era iniziato il loro “fuoco amico” contro la Premier, con attacchi diretti, o tramite media e social, finalizzati ad ammorbidire la Meloni che, oltre alle tante gatte da pelare per le questioni che quotidianamente le vengono scaricate sul tavolo, dal problema della credibilità in ambito comunitario, a quello dei migranti letteralmente “spediti” in Francia, e per i quali Macron, adiratissimo, ha minacciato fuoco e fiamme, inimicandoci in tal modo l’unico alleato sicuro, e sembra che, nonostante la toppa che ha tentato di mettere il Presidente Mattarella, le acque non si siano ancora calmate.

E lasciamo perdere tutte le altre beghe che creano molti improvvisati ministri e sottosegretari, molti dei quali hanno bisogno di essere condotti per mano per cercare di far fare loro qualcosa, al di là delle brutte figure.

Prendiamo, ad esempio, il mastino Matteo Piantedosi, sponsorizzato dall’altro Matteo, parliamo di Salvini, del quale è stato Capo Gabinetto quando Salvini era Ministro degli Interni, e al quale la Meloni ha dovuto conferire l’incarico che precedentemente era di Salvini; praticamente Piantedosi è stato l’occulta l’anima nera di Salvini, quello che ha fatto il lavoro sporco orientando Salvini nelle scelte sconsiderate e per tanti versi deleterie specialmente nella politica avversa all’accoglimento dei migranti, colui che ha contribuito alle decisioni di impedire gli sbarchi anche quando centinaia di poveri diavoli erano in condizioni disperate.

Ma il nostro, ora che è a capo del Dicastero, sta facendo pure peggio, non tanto per la questione della Rave, per cui si è precipitato a scrivere una proposta di legge che non sta né in cielo né in terra, considerato che le attuali leggi già tutelano da tali assembramenti, tant’è che le stesse FF. OO. non hanno avuto difficoltà a far sgomberare i circa 50.mila convenuti all’ultimo raduno organizzato qualche settimana fa a Modena.

Piantedosi ha voluto mostrare il viso e il pugno duro, con un progetto che i giuristi hanno abbondantemente criticato, tant’è che molti hanno “malignato” che la nuova legge non vuole colpire veramente i partecipanti a tale tipo di manifestazione, piuttosto altri tipi di raduni non esclusi quelli scolastici, o sindacali, o di pacifisti.

Una dimostrazione di iniziative contro manifestazioni anche pacifiche? Dubbio legittimo.

E se Piantedosi -che è, in fin dei conti, comunque un tecnico e qualche cosa, nella sua lunga carriera, l’ha imparata- fa queste sciocchezze, immaginiamo cosa siano e cosa possano rendere altri Ministri che si son trovati, da un giorno all’altro, a guidare Dicasteri importanti e determinanti.

Come, ad esempio, lo sconosciuto Gilberto Cichetto Fratin, che si è trovato da un giorno all’altro, Ministro per la transizione ecologica, dicastero che Draghi aveva precedentemente affidato a Roberto Cingolani, il quale si trova oggi a dover stare alle spalle dell’altro per dirgli cosa deve (dovrà?) fare; pensiamo che Cingolani alle spalle di Cichetto Fratin ci rimarrà un bel poco.

Una altro esempio è dato dal Ministro, pardon Ministra, per il turismo, Daniela Santanchè la quale si è inventata, pensa te, la tassazione delle mance che i camerieri dei ristoranti ricevono dai clienti.

E’ vero che Giorgia Meloni ha detto che “l’acqua scarzeggia e ‘a papera nun galleggia”, per dirlo in un linguaggio misto partenopeo/italiano, ma mica sarà con qualche centinaia di Euro che le nostre disastrate finanze avranno un poco di respiro.

Elaborando i dati resi noti dalla Fipe, la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, e facendo un po’ di calcoli, se si volesse rendere operativa questa proposta si introiterebbero poche migliaia di euro.

Evidentemente la Santanchè non sa, o finge di non sapere, che la quasi totalità delle mance viene erogata ai beneficiari direttamente e in nero, il che sta a significare che l’introito dell’iva sugli stessi è puramente campata in aria, quindi la sua proposta è una baggianata?

Tutto questo per dire che abbiamo l’impressione che la maggioranza dei Ministri navighi a vista, il che ci porta alle valutazioni già fatte in precedenza, e cioè che, salvando quei pochi Ministri competenti e affidabili, che possiamo contare sulle dita di una mano, tutti gli altri siano degli arruffoni improvvisatori.

Fra l’altro lo ha dimostrato pure Giorgia Meloni della quale è rimasta impressa agli osservatori una scenetta appena dopo il passaggio della campanella tra Draghi e lei: sembra che quando Draghi accennò ad avvicinarsi per salutarla, la Meloni fece una espressione smarrita, che stava a significare “ma come, mi lasci?”, sperando evidentemente che, come Cingolani è alle spalle di Cichetto Fratin, pure Draghi sarebbe rimasta alle sue spalle.

Non vogliamo portarla tanto per le lunghe né tediare i lettori con una elencazione dei provvedimenti inseriti nella bozza di Legge di bilancio 2023, della quale tutti i giornali, le Tv e i media parlano in continuazione spesso a sproposito, già partita per l’ok preventivo della U.E., e che sarà portata in Parlamento tra qualche giorno per l’approvazione.

E sarà proprio nelle due aule il test per la Meloni, che dovrà battagliare per arginare le opposizioni non tante dei partiti che non l’appoggiano, ma di quelli che la sostengono, e lì vedremo come se la caverà.

Ci vogliamo limitare solo a fare un commento su un provvedimento in essa contenuto, cioè il tanto discusso Reddito di cittadinanza, destinato ad un sensibile ridimensionamento nel volgere di qualche mese.

Nei precedenti articoli con i quali abbiamo trattato il problema, evidentemente non siamo stati chiari, giacché siamo stati accusati di essere contro i poveri in favore dei ricchi, in quanto proprio con quel sostegno tante famiglie sono riuscite a sopravvivere durante le ristrettezze della pandemia e quelle derivanti dal conflitto russo-ucraino.

Vogliamo quindi chiarire, una volta per tutte, che il reddito non va abolito, ma debbono beneficiarne esclusivamente le famiglie veramente bisognose, e che vanno corretti i meccanismi che lo hanno introdotto ed erogato.

Come ha detto il Procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, nel programma di Lilli Gruber su La7 di giovedì 24.11, occorre operare controlli preventivi sulle famiglie che lo debbono percepire, e non erogarlo e poi andare a controllare se è dovuto.

Ma è ormai noto: noi siamo il paese che vuole costruire un grattacielo cominciando dal tetto, ed è per questo che se non cambiamo le regole non potremo mai salvarci, non potremo mai crescere, e saremo sempre considerati il fanalino di coda dell’Europa.

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