scritto da Guglielmo Scarlato - 09 Settembre 2026 10:18

Una legge elettorale deve restituire il Parlamento ai cittadini

La democrazia parlamentare non consiste nel trovare il meccanismo che permetta a qualcuno di comandare per cinque anni. Consiste nel rappresentare una società complessa e nel costringere le sue diverse componenti a confrontarsi e, quando necessario, a costruire soluzioni condivise

foto tratta dal sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri

C’è una domanda dalla quale dovrebbe partire ogni discussione sulla legge elettorale: chi deve scegliere il Parlamento, gli elettori o le segreterie dei partiti?

Perché il rischio, ancora una volta, è che il dibattito venga affrontato dalla parte sbagliata. Si discute di quale meccanismo possa garantire, la sera delle elezioni, di sapere immediatamente chi ha vinto e chi governerà. Ma questa non è la domanda fondamentale.

La domanda fondamentale è un’altra: come possiamo fare in modo che la volontà espressa dagli elettori trovi nel Parlamento una rappresentanza il più possibile fedele?

È da qui che dovrebbe partire una riforma elettorale coerente con la nostra Costituzione e con la natura della Repubblica italiana, che è una Repubblica parlamentare.

Il Governo nasce dal Parlamento. Nasce dal confronto tra le forze politiche, dalla formazione delle maggioranze, dalla ricerca di un equilibrio tra orientamenti diversi della società italiana. La legge elettorale dovrebbe dunque innanzitutto garantire la rappresentanza, non costruire artificialmente un vincitore.

E qui si trova il vero problema della riforma oggi in discussione.

Nella proposta approvata dalla Camera nello scorso luglio era previsto un premio di maggioranza legato alla soglia del 42 per cento. In vista dell’esame al Senato, la discussione sembra ora orientarsi verso una formula diversa. Ma, qualunque sia il meccanismo prescelto, resta intatta la questione essenziale: quanto può essere deformata la rappresentanza in nome della governabilità?

Non è una domanda astratta. È una domanda che riguarda il cuore della democrazia.

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 1 del 2014 sul Porcellum, ha dichiarato illegittimo un premio di maggioranza privo di una ragionevole soglia, rilevando la compressione eccessiva della rappresentatività del Parlamento e dell’eguaglianza del voto.

La Corte non ha affermato che ogni premio di maggioranza sia, in assoluto, incompatibile con la Costituzione. Ha però indicato un principio che dovrebbe essere considerato una vera bussola dal legislatore: la governabilità non può essere ottenuta al prezzo di una sproporzionata alterazione della volontà degli elettori.

Ed è proprio questo il punto che troppo spesso viene dimenticato.

La stabilità, da sola, non è sinonimo di democrazia efficiente.

Un Governo può essere stabile e governare bene. Ma può essere altrettanto stabile e governare male. Può durare cinque anni senza realizzare le riforme necessarie. Può disporre di una solida maggioranza parlamentare e, nello stesso tempo, perdere il contatto con il Paese.

Una maggioranza numericamente garantita dalla legge non garantisce, di per sé, né la qualità dell’azione politica, né la capacità di ascoltare la società, né la bontà delle decisioni.

La stabilità delle istituzioni non deve trasformarsi nella stabilizzazione del potere.

Questo è il confine che una buona legge elettorale dovrebbe rispettare.

Lo stesso problema si pone rispetto all’eventuale ricorso a un ballottaggio nazionale.

Non può essere questo l’espediente attraverso il quale introdurre, indirettamente, un premio di maggioranza smisurato.

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 35 del 2017 sull’Italicum, ha evidenziato, proprio con riferimento allo specifico meccanismo allora previsto, il rischio di una sproporzionata compressione della rappresentanza e dell’eguaglianza del voto.

Ma esiste anche una questione che va oltre il profilo strettamente giuridico.

L’Italia è un Paese pluralista.

È una società complessa, attraversata da sensibilità, interessi, culture politiche e condizioni sociali differenti. Non dovrebbe essere la legge elettorale a costringerla, ad ogni elezione, a ridursi artificialmente a due blocchi contrapposti.

Il rischio è quello di trasformare una competizione democratica in una sorta di investitura plebiscitaria: “o con noi o contro di noi”.

Ed è un rischio particolarmente grave in una fase nella quale la polarizzazione politica e sociale è già molto forte.

La democrazia parlamentare non dovrebbe essere costruita per eliminare le differenze, ma per consentire alle differenze di confrontarsi.

C’è poi un’altra questione, altrettanto delicata: l’indicazione preventiva del Presidente del Consiglio.

Naturalmente gli elettori devono conoscere le leadership, i programmi e le coalizioni. Ma trasformare l’indicazione del candidato premier in un’investitura sostanzialmente vincolante significherebbe incidere sull’equilibrio della nostra forma di governo.

La Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica il compito di nominare il Presidente del Consiglio. E questa prerogativa assume un rilievo particolare proprio quando dalle urne non emerge una maggioranza autosufficiente o quando, nel corso della legislatura, gli equilibri parlamentari cambiano.

Non è un dettaglio formale.

È uno degli strumenti attraverso i quali la Costituzione consente al sistema parlamentare di affrontare la complessità della politica senza essere prigioniero di un risultato elettorale trasformato artificialmente in un’investitura personale.

Ma c’è un altro punto, forse ancora più vicino alla vita concreta della democrazia: chi sceglie le persone che siedono in Parlamento?

La Camera ha approvato un testo nel quale le liste, per entrambi i rami del Parlamento, sono interamente bloccate.

Ora, l’ipotesi che sembra essere rilanciata al Senato è quella di mantenere i capilista bloccati, introducendo contemporaneamente le preferenze per gli altri candidati.

A prima vista potrebbe sembrare un compromesso ragionevole.

Ma bisogna andare oltre l’apparenza.

Se una parte dei parlamentari è già sostanzialmente selezionata dai partiti, la possibilità di esprimere una preferenza sugli altri candidati non restituisce realmente al cittadino la libertà di scegliere i propri rappresentanti.

E c’è un problema ulteriore.

Se i collegi sono di piccole dimensioni — come già contemplato — è ragionevole prevedere che, salvo partiti come Fratelli d’Italia e PD, che in molte ripartizioni territoriali potrebbero ottenere più seggi, per gli altri partiti venga eletto, in moltissime circoscrizioni, il solo capolista.

In queste situazioni la preferenza diventerebbe sostanzialmente irrilevante.

Si potrebbe anche formalmente dire al cittadino: “Hai la possibilità di esprimere una preferenza”. Ma se il suo partito ottiene un solo seggio e quel seggio è già destinato al capolista bloccato, quella preferenza non avrà alcuna possibilità reale di cambiare il risultato.

È una libertà soltanto apparente. Di fatto, si può ragionevolmente presumere che una quota compresa tra il 70 e l’80 per cento degli eletti potrebbe essere determinata attraverso liste bloccate, mentre soltanto una minoranza verrebbe effettivamente scelta attraverso le preferenze.

E non bisogna dimenticare un altro elemento decisivo: anche la quota di parlamentari attribuita attraverso il premio di maggioranza sarebbe comunque composta da candidati inseriti in liste bloccate. Dunque, gli eletti attraverso il premio di maggioranza sarebbero, anch’essi, sottratti alla scelta diretta degli elettori e selezionati dalle leadership dei partiti.

E allora la domanda torna, inevitabile: chi deve scegliere il Parlamento: gli elettori o le segreterie dei partiti?

Non è una questione tecnica. È una questione di democrazia. Perché un Parlamento nel quale il cittadino non può scegliere realmente le persone che lo rappresentano rischia di diventare un Parlamento nel quale il rapporto tra eletto ed elettore viene sostituito dal rapporto tra eletto e partito. E questo altera profondamente il senso della rappresentanza.

Una vera riforma dovrebbe dunque restituire agli elettori la possibilità di scegliere le persone che li rappresenteranno. Senza candidature blindate. Senza parlamentari predeterminati. Senza una libertà di scelta soltanto apparente.

Non basta concedere una preferenza. Occorre che quella preferenza abbia realmente la possibilità di incidere sulla composizione delle Camere.

Questo dovrebbe essere il criterio fondamentale di ogni legge elettorale. E ce n’è un altro, altrettanto importante.

Una buona legge elettorale non dovrebbe essere costruita guardando ai sondaggi del momento e domandandosi quale formula possa convenire a questa o a quella forza politica. Dovrebbe essere una legge che ogni partito sarebbe disposto ad approvare senza sapere quale sarà il proprio risultato alle elezioni successive.

Questa sarebbe una prova seria di imparzialità. Perché una legge elettorale costruita per vincere una determinata elezione non è una legge nell’interesse della democrazia. È una legge nell’interesse di chi pensa di poterla utilizzare a proprio vantaggio.

E la storia della Repubblica ci offre, del resto, una lezione che dovrebbe far riflettere tutti. La capacità di riformare il Paese non coincide necessariamente con la durata dei Governi.

Negli anni Settanta, in una fase drammatica della storia italiana, segnata dal terrorismo, dalle tensioni sociali e dalla crisi economica, i Governi furono spesso brevi e il sistema elettorale era fortemente proporzionale. Eppure, proprio in quegli anni, furono approvate riforme fondamentali per la trasformazione della società italiana: dallo Statuto dei lavoratori alla riforma tributaria, dalla riforma del diritto di famiglia alla nascita del Servizio sanitario nazionale.

Erano anni nei quali le forze politiche erano profondamente diverse tra loro. Eppure seppero, sui grandi temi, trovare convergenze e costruire soluzioni.

Questo significa che il compromesso parlamentare non fu necessariamente una debolezza della politica. Al contrario. Fu, in molti casi, la politica nella sua forma più alta. Perché il compromesso parlamentare non significa rinunciare alle proprie idee. Significa riconoscere che una società complessa non può essere governata cancellando le differenze, ma deve trovare soluzioni capaci di tenerle insieme.

È questo, in fondo, il senso più profondo di una democrazia parlamentare. Non la ricerca del vincitore assoluto. Non la trasformazione di una maggioranza relativa in una maggioranza assoluta. Non l’illusione che la stabilità numerica possa risolvere automaticamente i problemi del Paese. Ma la costruzione di una rappresentanza nella quale il Parlamento sia davvero lo specchio, naturalmente non perfetto ma il più possibile fedele, della società italiana.

Per questo la soluzione più coerente con la nostra forma di governo resta, a mio avviso, un sistema proporzionale, accompagnato dagli accorgimenti minimi necessari a evitare una frammentazione patologica. Un sistema nel quale ogni forza politica abbia in Parlamento un peso sostanzialmente corrispondente ai voti ricevuti. Senza premi sproporzionati. Senza vincitori precostituiti. Senza ballottaggi nazionali. Senza capilista scelti preventivamente dai partiti. E con la possibilità per gli elettori di scegliere realmente i propri rappresentanti.

Questa non è una difesa della frammentazione. È una difesa della rappresentanza. E soprattutto significa smettere di considerare la governabilità come sinonimo di democrazia efficiente.

Una legge elettorale può garantire matematicamente una maggioranza .Non può garantire che quella maggioranza sappia governare bene. Non può garantire che ascolti il Paese. Non può garantire che faccia le riforme giuste. Non può garantire che governi nell’interesse generale. E soprattutto non può sostituire alla politica la matematica elettorale.

La democrazia parlamentare non consiste nel trovare il meccanismo che permetta a qualcuno di comandare per cinque anni. Consiste nel rappresentare una società complessa e nel costringere le sue diverse componenti a confrontarsi e, quando necessario, a costruire soluzioni condivise.

Questa è la vera forza del Parlamento.

Ed è proprio per questo che dobbiamo preoccuparci quando una legge elettorale rischia di trasformare il Parlamento da luogo della rappresentanza a luogo della ratifica di decisioni prese altrove.

Il problema, allora, non è soltanto quale maggioranza avrà il prossimo Governo. Il problema è quale Parlamento avremo. Perché un Parlamento forte non è quello che dispone sempre di una maggioranza enorme. È quello che gode di una forte legittimazione democratica. È quello nel quale gli elettori riconoscono i propri rappresentanti. È quello nel quale nessun partito può considerare il Parlamento una propria proprietà. È quello nel quale il voto di ogni cittadino conserva un peso reale e non viene deformato oltre ciò che è ragionevolmente necessario per assicurare il funzionamento delle istituzioni.

Forse, allora, dovremmo smettere di cercare una legge elettorale che produca semplicemente un vincitore. E tornare a cercarne una che produca un buon Parlamento. Perché un vincitore può essere costruito con una formula matematica. Un Parlamento legittimo no.

La stabilità può essere garantita da un premio. La rappresentanza no.

La maggioranza può essere assicurata dalla legge. Il consenso no.  Ed è proprio per questo che una legge elettorale degna di una democrazia parlamentare dovrebbe avere un obiettivo prima di ogni altro: restituire il Parlamento ai cittadini.

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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