Finalmente l’Europa

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Parlamento europeo

Nella primavera prossima, finalmente e per la prima volta, si svolgeranno le elezioni per il parlamento europeo. Ovviamente non è la prima volta in assoluto, ma finalmente si voterà per l’Europa. Pro o contro di essa, pro o contro l’euro, pro o contro i suoi valori costitutivi.

Finora non è stato così. Il parlamento europeo è apparso per quattro decenni come un inutile chiacchierificio, ininfluente sulle vite dei cittadini europei. La maggioranza degli aventi diritto al voto manco si recava alle urne – nel 2014 i votanti sono stati il 42% del corpo elettorale europeo – e chi vi si recava, lo faceva con l’occhio puntato sul proprio paese o, se si vuole, con l’animo di partecipare ad una sorta di mega sondaggio continentale sullo stato di salute delle grandi famiglie ideologiche del novecento, Nessuno poneva speranze o paure in un cambiamento eventuale e conseguente all’esito elettorale. Le stesse analisi post voto si incentravano sulle sue conseguenze sulle varie scale nazionali, piuttosto che sui rapporti di forza interni al parlamento europeo in quanto tale, di cui fregava poco ai commentatori. Ricordate l’enfasi con cui Renzi rivendicò, cinque anni fa, il suo portentoso 41% del voto alle europee del 2014? Lo rivendicò pensando all’Italia, non all’Europa.

Difatti quel voto incise poco in Europa, ma molto sugli sviluppi politici italiani, e condizionò in particolare le scelte del P.D., abbagliandolo e convincendo il suo segretario di poter fare da sé. La  sfida del referendum costituzionale, i tonfi alle amministrative a Roma, Torino ed in gran parte del Mezzogiorno, buona parte delle scelte fatte nei mesi e negli anni successivi sono derivate da quell’abbaglio.

La prossima primavera non sarà così. Certo, se la Lega di Salvini sfanga tutti e prende da sola il 40%, cosa peraltro più che probabile, farà pesare il voto negli equilibri del governo nazionale. Ma questa volta, e per la prima volta da quando esiste il parlamento europeo, gli elettori si recheranno alle urne senza avere nella testa prioritariamente le sorti del proprio governo nazionale, bensì quelle dell’Unione Europea.

Quanto ai rapporti di forza, nel loro insieme le forze anti europee – populisti, sovranisti, nazionalisti – dovrebbero attestarsi sul 60%, sia su scala continentale che, per quanto ci riguarda, su scala italiana. Pertanto, i potenziali voti pro-Unione Europea potrebbero attestarsi sul 40%, che non è poca roba. Il 40% dei voti sarebbe anzi un’importante base di partenza per il rilancio della battaglia a difesa del sogno europeo. Ad una condizione però, che le forze europeiste trovino il coraggio di superare le loro storiche divisioni ideologiche, eredità del Novecento, e l’audacia di collaborare tra loro.

Non è impossibile, ce la possono fare e devono provarci. Ma non ce la faranno se le leadership pro-Europa resteranno appannaggio dei settantenni e dei sessantenni di oggi, cioè della mia generazione. A questa non riuscirà mai di mandare giù un’alleanza che, in nome dell’Europa, veda insieme liberali berlusconiani, centristi cristiani alla Merkel e sinistra democratica. Eppure di questa alleanza c’è bisogno per contrastare i fondamentalismi identitari e sovranisti. Si faccia dunque da parte la mia generazione e siano i giovani della generazione Erasmus a prendere la direzione politica dei movimenti europeisti. Si battano perché nelle piazze, in difesa dell’Europa, sventolino solo le bandiere blu stellate dell’Unione, escludendo quelle ideologiche. Rilancino con coraggio i valori della nostra vecchia, nobile democrazia europea. Non buttino via con leggerezza i settanta anni di pace, prosperità, libertà in cui sono cresciuti. Il futuro dell’Europa è nelle loro mani, se lo prendano!

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