scritto da Gennaro Pierri - 13 Maggio 2026 12:41

Non abbiamo smesso di parlare. Abbiamo smesso di rischiare

E allora forse la rivoluzione più urgente non è tecnologica. È tornare a usare parole che abbiano conseguenze. Perché una parola autentica cambia gli equilibri. Una parola autentica espone. Una parola autentica non ti lascia identico a prima

Rendo partecipi i miei lettori dei messaggi dei miei alunni dai quali prendo spunto per scrivere il mio articolo quotidiano.

Una ragazza di quinta mi ha inviato un messaggio non breve per raccontarmi un suo fatto e poi mi ha proposto il tema da trattare…. Non abbiamo smesso di parlare. Abbiamo smesso di rischiare. Penso che poi lei girerà la mia risposta al fidanzato un po’ indeciso ma va bene uguale e provo a rispondere (sperando che non mi metta il voto)!

La vera crisi dei nostri tempi non è economica, climatica o politica. È linguistica. No, non perché i giovani usano poche parole. Quella è la lamentela standard di ogni generazione invecchiata male. Il problema è più profondo: usiamo le parole per proteggerci, non per rivelarci. Parliamo continuamente, ma diciamo sempre meno. Basta ascoltare una conversazione media: “Come stai?” “Tutto bene.” La più grande bugia collettiva mai inventata.

“Tutto bene” significa: sono stanco, deluso, spaventato, arrabbiato, vuoto, solo. Ma non ho né il tempo né la fiducia per dirtelo davvero. Le parole contemporanee sono spesso involucri di sicurezza. Gommapiuma emotiva. Servono a non esporsi. Persino l’amore ormai parla come un ufficio risorse umane: “Non sono pronto.” “Ho bisogno dei miei spazi.” “Meriti di meglio.” Traduzione: non voglio assumermi il peso umano delle conseguenze. Ed è qui il punto decisivo: le parole vere costano. Dire “ti amo” costa. Dire “scusa” costa. Dire “resta” costa. Dire “ho sbagliato” costa ancora di più. Per questo viviamo circondati da linguaggi senza rischio: slogan, caption, reaction, frasi prefabbricate prese in prestito dagli algoritmi. Non comunichiamo più: gestiamo percezioni.

Il paradosso è gigantesco. Mai nella storia abbiamo avuto così tanti strumenti per parlare e così poca capacità di sostenere conversazioni autentiche. Sappiamo creare contenuti. Non sappiamo più confessarci. E attenzione: questa non è una semplice deriva culturale. È una trasformazione antropologica. Perché il linguaggio non serve soltanto a descrivere ciò che siamo. Serve a costruirlo. Se una generazione perde le parole per nominare il dolore, finirà per medicalizzare ogni ferita. Se perde le parole per nominare la speranza, chiamerà “realismo” il proprio cinismo. Se perde le parole per dire “verità”, inizierà a negoziare tutto. Anche sé stessa. Forse è per questo che oggi tanti si sentono invisibili: non perché nessuno li guardi, ma perché nessuno parla più in modo abbastanza vero da farsi riconoscere davvero.

E allora forse la rivoluzione più urgente non è tecnologica. È tornare a usare parole che abbiano conseguenze. Perché una parola autentica cambia gli equilibri. Una parola autentica espone. Una parola autentica non ti lascia identico a prima. E la domanda finale, quella scomoda, è questa: siamo sicuri di essere diventati più liberi… o abbiamo semplicemente imparato a nasconderci meglio dietro parole sempre più perfette e sempre meno vere?

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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