Ferentino, la strage mascherata

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Il 26 settembre scorso è ricorso il 47° anniversario di una strage camuffata da incidente stradale: alle 11 di sera di quel giorno del 1970, 5 anarchici calabresi (detti ‘anarchici della Baracca’, nomignolo della villa Liberty nei pressi di Reggio Calabria dove i giovani anarchici usavano ritrovarsi), Gianni Aricò e la fidanzata Annalise Borth, Angelo Casile, Franco Scondo e Luigi Lo Celso rimasero uccisi in una probabilissima strage mascherata da incidente stradale a Ferentino, in provincia di Frosinone.
Ma per capire le ‘motivazioni’ di quella strage, dobbiamo usare la macchina del tempo ed andare indietro di qualche mese. Il 22 luglio, sempre del 1970, a Gioia Tauro, in Calabria, il deragliamento del treno Freccia del Sud, causato dalla manomissione di una traversina, aveva provocato 6 morti e 75 feriti. E’ colpa dei macchinisti, dice la polizia, e così dicono anche i telegiornali e i giornali; gli unici a parlare di trame fasciste sono il giornale ‘Lotta Continua’ ed altri fogli dei gruppi extraparlamentari di estrema sinistra.
Volevo chiarire una cosa: la canzone “I treni per Reggio Calabria” di Giovanna Marini, non si riferisce alla suddetta strage ma a quella di due anni dopo, sempre su un treno che da Roma viaggiava verso Reggio Calabria.
La strage del 22 luglio 1970 avviene nel clima di tensione dei ‘moti’ di Reggio Calabria, a seguito della decisione del governo di allora di designare Catanzaro quale capoluogo della regione Calabria, al posto di Reggio Calabria, capoluogo da sempre della regione. Una rivolta portata avanti al grido di “Boia chi molla!” è capitanata da un certo Ciccio Franco, un neofascista sindacalista della C.I.S.N.A.L.
Con un volantino ,‘Ordine Nuovo’, formazione extraparlamentare di estrema destra, mise il cappello sulla rivolta, attribuendo a Reggio Calabria un ruolo storico: “E’ la nostra rivolta – dicono gli ordinovisti – : il primo passo della rivoluzione nazionale nella quale si brucia questa oscena democrazia”.
Ma torniamo agli anarchici calabresi; il 12 dicembre 1969, giorno della strage di Piazza Fontana, i 5 ragazzi si trovavano a Roma, dove, dopo un attentato all’Altare della Patria, furono ammanettati e rimasero in carcere per una settimana. Quando uscirono, iniziarono una meticolosa controinformazione; uno di loro, Angelo Casile, aveva stilato una lista di terroristi neri iscritti ad  Avanguardia Nazionale, altra formazione extraparlamentare di estrema destra, formazione politica in contatto con i colonnelli greci.
E veniamo al momento della strage: come dicevo all’inizio, erano le 11 di sera del 26 settembre 1970 quando i 5 giovani anarchici stavano viaggiando sull’Autostrada del Sole su una Mini Morris. All’altezza di Ferentino, in provincia di Frosinone, l’auto si schiantò sotto il rimorchio di un camion Fiat 690 diretto a Milano.
Angelo, Franco e Luigi morirono sul colpo; Giovanni ventiquattro ore dopo, Annalise dopo venti giorni di coma. Al momento dell’impatto col camion, che era sulla normale corsia di marcia, le luci dello stop, del lampeggiatore e quella di posizione del rimorchio sono spente, pur non essendo rotti i vetri dei fanalini; ciò significa che il camion con rimorchio era fermo in attesa che sopravvenisse la vettura con gli anarchici a bordo.
Va sottolineato il fatto che i documenti e le agende dei ragazzi richiesti dai familiari non furono mai ritrovati.
I due camionisti coinvolti, secondo le controinchieste portate avanti dagli anarchici, erano dipendenti di una ditta facente capo a Junio Valerio Borghese, futura guida del famoso ‘Golpe Borghese’.
I 5 compagni anarchici erano in viaggio per Roma, ufficialmente per partecipare alla manifestazione di protesta contro la visita del presidente statunitense Richard Nixon, ma in realtà per incontrare l’avvocato Edoardo di Giovanni, uno dei massimi esponenti della controinformazione in quegli anni. Per dirgli cosa? Qualcosa che riguardava l’attentato alla Freccia del Sud.
Nonostante gli indizi che avrebbero dovuto far prevalere la tesi della strage e non dell’incidente stradale, il 28 gennaio del 1971 il procuratore generale di Roma restituì il procedimento di indagine alla procura di Frosinone, la quale, con decreto del giudice istruttore, archiviò il caso come incidente stradale.
Il giorno dei funerali, quando non c’era ancora nessun sospetto che fosse stata una strage e non un incidente stradale, gli anarchici reggini affissero un manifesto che recitava così:
“Un tragico incidente stradale ha stroncato la vita dei giovani anarchici Giovanni Aricò, Angelo Casile, Luigi Lo Celso e Francesco Scordo. Manifestiamo la nostra profonda ammirazione e gratitudine verso questi compagni che, animati da sublimi ideali, hanno dedicato la loro breve esistenza, lottando tenacemente contro ogni forma di ingiustizia sociale in un continuo anelito di libertà e di amore verso i poveri, gli umili e gli sfruttati.” (Guglielmo Cirillo)

 

Fonti:

-Pino Casamassima, “Il sangue dei Rossi- Morire di politica negli anni Settanta”, Cairo editore, Milano. Prima edizione: giugno 2009;

-Rete: Anarchici della Baracca.

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