Dal parlamentare del popolo al cortigiano del capo: così stanno cancellando la democrazia
La fine del parlamentare radicato nei territori e l’ascesa dei nominati: una deriva che spezza il legame tra cittadini ed eletti e mette a rischio l’essenza stessa della rappresentanza democratica
C’era un tempo in cui i deputati venivano eletti con le preferenze e i senatori in collegi uninominali proporzionali. Dovevano conquistarsi un voto alla volta, percorrendo senza sosta il proprio collegio, paese dopo paese, piazza dopo piazza.
Io sono stato eletto in quella stagione.
Avevamo amici, militanti, amministratori in ogni comune. Uomini e donne che si facevano interpreti delle esigenze delle proprie comunità e che bussavano alle nostre porte portando problemi, speranze, richieste. Avevamo segreterie aperte, ricevevamo tutti, rispondevamo costantemente al telefono. Tutti ci conoscevano e molti apprezzavano quel rapporto personale, diretto, umano. E noi stessi ci sentivamo parte di quella grande galassia di relazioni che contribuivamo a costruire e a tenere viva.
La nostra forza nasceva dal territorio. Ed era proprio quella forza a renderci autorevoli nei partiti e in Parlamento. Non era facile imporci decisioni contrarie agli interessi delle nostre comunità; anzi, era quasi impossibile. Il territorio rappresentava la condizione della nostra sopravvivenza politica, ma soprattutto il fondamento di un sistema di relazioni umane autentiche e durature.
Da anni, però, questo profilo antropologico del parlamentare è scomparso.
Al suo posto vi vengono proposti i prescelti dei capipartito, collocati nella parte alta delle liste e destinati ad essere eletti comunque, che li vogliate oppure no. Persone che spesso non hanno mai frequentato i territori, non conoscono i cittadini, non hanno costruito consenso, ma devono la loro fortuna esclusivamente alla fedeltà verso chi li ha nominati.
E adesso stanno per somministrarvi – se resterete a guardare – una legge elettorale ancora peggiore: liste integralmente bloccate, nessuna possibilità di scegliere anche solo in minima parte i vostri rappresentanti, un Parlamento composto interamente da nominati e da cortigiani del capo.
Se questo modello vi piace, fate pure. Distraetevi. Non mobilitatevi. Lasciate che decidano tutto altri.
Ma se non volete assistere in silenzio alla definitiva trasformazione del cittadino in suddito e del parlamentare in funzionario di partito, allora fate sentire la vostra voce. Protestate nelle piazze, sui social, nelle sezioni dei partiti. Chiedete alle segreterie di prendere posizione. Fate approvare mozioni nei consigli comunali, provinciali e regionali.
Insomma, scatenate l’inferno democratico.
Troverete molti di noi pronti a non arretrare di un solo millimetro. Perché qui non è in discussione soltanto una legge elettorale. È in gioco l’idea stessa di rappresentanza, il legame fra eletti ed elettori, il diritto dei cittadini di scegliere chi debba parlare e decidere in loro nome.
E una democrazia nella quale il popolo non sceglie più i propri rappresentanti è già, in parte, un’altra cosa.







