Cava de’ Tirreni, dopo il voto è tempo di verità: tra disfatta, nuove energie e una guida che deve dimostrare tutto
Il centrosinistra fa i conti con una sconfitta pesante e responsabilità diffuse. Accarino avvia l’autocritica, il PD resta nel pieno delle tensioni interne, mentre Canora e Petrone incarnano le nuove spinte dell’opposizione. Giordano vive la luna di miele da sindaco, ma davanti a sé ha una macchina comunale fragile e sfide complesse
Le interviste pubblicate nelle ultime due settimane hanno aiutato, per quanto possibile, a interpretare il voto dei cavesi alle comunali e a cogliere gli umori attuali della politica cittadina.
Nel centrosinistra ci si lecca le ferite. È inevitabile. Quella di Accarino & C. non è stata una semplice sconfitta, ma una vera disfatta. L’errore, però, è cercare colpevoli e capri espiatori. È il modo peggiore per avvelenare ancora di più i rapporti politici e personali.
Serve invece un’analisi seria degli errori commessi e delle scelte sbagliate, prima e durante la campagna elettorale. Con un punto fermo: in politica le responsabilità sono collettive. Esiste una diversa graduazione, certo, ma nessuno può chiamarsi fuori.
Giancarlo Accarino, stando a quanto emerge, ha iniziato a fare autocritica. Ha riconosciuto gli errori di strategia, soprattutto l’appiattimento sull’amministrazione uscente, e quelli di comunicazione politica. L’esame di coscienza non può riguardare solo lui. Sarebbe troppo comodo pensarlo. Deve coinvolgere tutti. Solo così si potrà avviare un chiarimento politico, premessa indispensabile per costruire qualcosa di solido in futuro.
Il Partito Democratico è il soggetto che più di tutti deve chiarirsi le idee. È inutile girarci intorno: il PD, cavese e provinciale, deve intestarsi questa batosta elettorale. Se l’è cercata con indecisioni e ritardi, con contrasti interni sfociati anche sul piano personale, con polemiche ed equivoci nati prima, durante e — a quanto pare — anche dopo questo esito rovinoso.
Le ultime notizie confermano che nel PD, e più in generale nel centrosinistra, le armi non sono state deposte. Sarebbe ora di farlo. Stare all’opposizione è già difficile; se poi ci si azzanna dentro la stessa famiglia politica, non c’è speranza. Si resta impantanati, fermi nella palude.
C’è poi l’entusiasmo e la freschezza di un altro candidato della sinistra: Eugenio Canora. Forse ha raccolto meno di quanto ha seminato, ma il suo è stato soprattutto un successo politico. Rappresenta una speranza concreta. Dovrà però, senza rinunciare al proprio retroterra e alle sue peculiarità, provare a intercettare anche il voto moderato, in particolare quello che guarda al centrosinistra.
Luigi Petrone è il vincitore morale di queste elezioni. Ha interpretato il ruolo di Davide contro Golia. Solo la poderosa macchina del centrodestra è riuscita a superarlo. Ora, più di prima, dopo la conferma del sostegno dei cavesi, ha la responsabilità di garantire una presenza assidua e ancora più attiva in Consiglio e in città. È il leader dell’opposizione, di diritto, e non può sottrarsi al ruolo che gli elettori gli hanno affidato.
In sintesi, dovrà cercare di lasciare — per quanto possibile — il grembiule in cucina più di quanto abbia fatto nella precedente consiliatura.
C’è poi il nuovo sindaco, Raffaele Giordano. Sta vivendo la sua honeymoon, la luna di miele con i cavesi. È troppo presto per esprimere valutazioni. Lasciamolo lavorare, sapendo che l’impresa che lo attende non è semplice.
L’entusiasmo non manca, e neppure la determinazione e idee abbastanza chiare. Ma dovrà fare i conti con ristrettezze finanziarie, una macchina comunale in difficoltà e molte questioni lasciate irrisolte dalla precedente amministrazione. È un quadro complesso, che Giordano conosceva già. Magari troverà qualche ulteriore sorpresa negativa, ma la situazione generale non poteva sfuggirgli prima, figuriamoci ora che siede su una sedia che scotta.
Detto questo, la prima impressione è che Giordano punti molto sulla squadra. Sono tutti veterani, molti con competenze specifiche e solide. È il tratto più evidente finora.
Servalli era un uomo solo al comando, e voleva esserlo. Si circondava di gregari, molto gregari, scelti per non fargli ombra. Giordano, invece, sembra voler fare il direttore d’orchestra, affidandosi a persone che, nei singoli ambiti, ne sanno più di lui. Non è una cattiva impostazione, se la nostra percezione è corretta.
In ogni caso, bisogna attendere prima di trarre conclusioni. La cautela è d’obbligo.







