Bonafede, non gliene va bene una

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Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia (foto tratta da profilo Fb)

Diciamoci la verità, sembra che il ministro Alfonso Bonafede porti iella pure a se stesso, non gliene va bene una, negli ultimi tempi ogni cosa che fa la sbaglia.

Da quando è venuto fuori lo scandalo dei camorristi ristretti nel carcere duro in base alla legge 41 bis, inspiegabilmente e incredibilmente rimandati nelle loro abitazioni per non si è ancora capito quale motivo, visto che quello ufficiale pare campato in aria, il Ministro della Giustizia sembra scivolare sempre più giù lungo un piano inclinato del quale nessuno riesce a intravedere la fine.

La fortuna, per noi cronisti e per la popolazione di persone per bene, è che un giornalista attento e senza peli sulla lingua, Massimo Giletti, ha scoperto il vaso di Pandora, facendo emergere inconfessabili collegamenti tra il Ministro e vari Magistrati, alcuni specchiati, altri opachi, alcuni che hanno una tradizione di irreprensibilità e hanno dimostrato negli anni come abbiano contrastato la delinquenza organizzata, altri che hanno vivacchiato tra le pieghe di un potere, quello della magistratura, non sempre bene illuminate, alcuni che hanno passato la loro vita a studiare, indagare, approfondire, perseguire, altri che hanno trovato pure il tempo di fare attività collaterali che sembrano legittime, almeno fino a prova contraria, ma che agli occhi di tanti osservatori non sembrano tanto attinenti al ruolo e al prestigio di un magistrato.

La vicenda dell’anomala scarcerazione di centinaia di pericolosi criminali ancora oggi, a distanza di circa tre mesi, è al punto iniziale, nessuno ha chiarito nulla, anzi, con tante chiacchiere e discorsi, sembra diventare sempre più nebulosa e non è bastata nemmeno una mozione di sfiducia a Bonafede a contribuire alla chiarezza; anzi, sembra che quella mozione sia stata fatta proprio per non far chiarire nulla e salvare il Ministro; e se la mozione di sfiducia non aveva tale scopo,  vuol dire che chi l’ha proposta non sa nemmeno quello che scrive.

Comunque Bonafede, fatto il guaio, ha tentato di correre ai ripari, muovendosi però come il classico elefante in un negozio di vetri, e nessuno evidentemente gli ha spiegato che un errore marchiano come quello del suo famoso decreto, col quale ha tentato di riportare in carcere i delinquenti che prima aveva fatto uscire, potesse avere dei margini di incostituzionalità, margini che, nel mentre sono sfuggiti allo “sfortunato” Ministro e al gruppo dei suoi consulenti, non sono sfuggiti ai legali dei delinquenti, tant’è che quello di Zagaria, uno dei più temibili delinquenti scarcerati, lo ha impugnato e il Tribunale di Sorveglianza di Sassari ha trasmesso gli atti alla Corte Costituzionale, che dovrà pronunciarsi, speriamo presto.

E se, come si teme, la Corte dovesse confermarne la incostituzionalità, addio sogni di gloria, e Bonafede aggiugerà un’altra onorificenza negativa al medagliere delle tante azioni negative già compiute.

Staremo a vedere come la vicenda si evolverà, ma non possiamo esimerci dal confermare ciò che già in passato abbiamo sostenuto; vedi, in particolare, gli articoli pubblicati su questo giornale in data 7 e 23 maggio 2020.

Un Ministro della Repubblica, titolare di un dicastero importante e delicato come quello della Giustizia, non può, dopo quello che è accaduto, fare finta di niente e continuare ad occupare una poltrona che si sta sfaldando. Dovrebbe avere la dignità di fare un passo indietro, anche per non mettere maggiormente in crisi, in questo periodo di grande difficoltà, proprio il Premier che gli ha dovuto confermare la fiducia per le ragioni che tutti conosciamo, e che per gli stessi motivi non può sostituirlo.

E mentre aspettiamo che il “nostro” si decida a togliere l’incomodo, andiamo a ricostruire più nei dettagli quello che è avvenuto in quei giorni, e dalle ultime evidenze andiamo a scoprire che per un problema tanto serio vi sono stati atti sottoscritti da chi non ne aveva né la competenza né i poteri, e colui che legittimamente li aveva, stranamente si è defilato accampando indisposizione che se pure fosse vera, non potrebbe non apparire strumentale: uno stato febbrile non può impedire ad un importante Dirigente di un  Ministero di firmare una decisione tanto importante e delicata; se non l’ha fatto, qualcosa vorrà pur dire.

Vediamo brevemente chi sono i personaggi di contorno in questa vicenda che, se non fosse tanto grave, sarebbe surreale, kafkiana e grottesca.

Qualcuno ha ironizzato sul Giudice che avrebbe dovuto firmare la ormai famosa circolare con la quale sono stati liberati i delinquenti, Giulio Romano, direttore dell’ufficio detenuti e trattamento, il quale avrebbe detto: “oggi mi sento fortunato”, nonostante il malanno che quel giorno sembra lo affliggesse e per il quale aveva telefonato alla sostituta, la napoletana Assunta Borzacchiello, detta “Susi”, che si sarebbe giustificata di aver ricevuto da Romano un messaggio nel quale era scritto: “come da intesa può essere sottoscritto e inviato, c’è l’assenso del Capo Dipartimento”.

Il Capo dipartimento del DAP, ora ex, era Francesco Basentini, subito dopo dimessosi.

Ma la Borzacchiello non era l’ultima arrivata al DAP, per anni ne era stata la voce perché addetto stampa fino a quando, con Bonafede, le comunicazioni istituzionali vennero accentrate al Ministero.

E in tale veste la Borzacchiello faceva anche un po’ il bello e il cattivo tempo nel DAP, del quale è ancora responsabile del cerimoniale e delle relazioni esterne.

Il 21 marzo, giornata della firma della circolare, la Borzacchiello era in servizio anche per sostituire Romano, e sulla base delle rassicurazioni di quest’ultimo, si affrettò a firmare il documento probabilmente senza nemmeno leggerlo con un minimo di attenzione.

Mostrando così molta superficialità, come le ha contestato anche il grillino Nicola Marra, responsabile della Commissione Antimafia, dalla quale la Borzacchiello è stata ascoltata: “Ma è possibile che lei non abbia letto con attenzione, non abbia richiamato Romano per dire “’ma siamo sicuri, non è meglio aspettare 24, 36, 48 ore, magari lunedì quando ci saranno tutti i direttori e concertare meglio la questione?”: il 21 marzo era sabato, quanto fretta!

E pure il Senatore ex grillino Mario Michele Giarruso l’ha incalzata, dandole il colpo di grazia: “Lei è una dirigente, lo Stato si aspetta da lei una valutazione, lo Stato chiedeva a lei una valutazione, noi nel Cura Italia avevamo escluso i mafiosi”.

E meno male che li avevano esclusi: se non l’avessero fatto chi sa quanti altri delinquenti sarebbero stati liberati.

Insomma, tra il Ministero della Giustizia e il DAP sembra che si stia assistendo ad una rappresentazione da avanspettacolo nella quale ogni attore è un mestierante che recita a soggetto.

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