Cava de’ Tirreni, quando la burocrazia dimentica perché esiste
Forse il compleanno di una città serve proprio a questo. Non a contare gli anni. Ma a verificare se il cuore batte ancora
Sono le 3.23 e scrivo l’ultimo articolo in preparazione alla festa che stasera ci sarà in piazza qui a Cava: la rievocazione storica della nascita di Cava come Città. E penso che fra poco sarà l’alba… all’alba, quando la città dorme ancora, c’è sempre qualcuno che apre la prima porta.
Non sappiamo come si chiami. Forse è un custode. O forse un bidello. Forse un volontario che arriva prima degli altri. Cammina con un mazzo di chiavi pesante, consumato dal tempo. Le prende una alla volta. Alcune aprono facilmente. Altre resistono. Ma lui continua. Perché sa che una porta chiusa non serve a nessuno. È una scena che si ripete ogni mattina, ovunque.
Eppure c’è una domanda che quasi nessuno si pone. Chi custodisce le chiavi… ricorda ancora perché quella porta esiste? Oggi Cava de’ Tirreni festeggia il giorno della sua nascita civile. Il 7 agosto 1394, Papa Bonifacio IX firmò la Bolla Salvatoris Nostri. Chi la sfoglia per la prima volta rischia di rimanere deluso. Trova pagine di norme, incarichi, competenze, confini, privilegi, tributi. Sembra il trionfo della burocrazia. Ma è esattamente il contrario.
Quelle regole non erano nate per complicare la vita. Erano nate per liberarla. Dietro ogni articolo della Bolla c’era una persona che non avrebbe più dovuto percorrere chilometri per ricevere un sacramento. C’era una comunità che chiedeva di essere accompagnata più da vicino. C’era l’idea, rivoluzionaria anche oggi, che le istituzioni dovessero avvicinarsi alle persone, non costringere le persone ad adattarsi alle istituzioni.
E allora il vero protagonista di quella pergamena non è il diritto ma la misericordia organizzata. Sì, perché anche l’amore, se vuole cambiare la realtà, ha bisogno di una forma. Le regole non sono il nemico dell’umanità. Lo diventano soltanto quando smettono di ricordare il volto per cui sono nate. È qui che quella pergamena smette di raccontare il Medioevo e comincia a raccontare noi. Quante scuole continuano a insegnare senza più educare. Quante associazioni difendono il proprio nome più della propria missione. Quanti uffici custodiscono procedure dimenticando le persone.
E, se siamo sinceri, quante volte succede anche dentro di noi. Ci abituiamo. Trasformiamo i sogni in abitudini. Le promesse in calendario. Le passioni in pratiche da sbrigare. All’inizio costruiamo una casa per vivere meglio. Poi passiamo la vita a fare manutenzione alla casa, dimenticando chi avrebbe dovuto abitarla. È così che nasce ogni burocrazia ovvero quando il “come” divora il “perché”.
Quando custodiamo le chiavi e dimentichiamo le porte. Forse il compleanno di una città serve proprio a questo. Non a contare gli anni. Ma a verificare se il cuore batte ancora. Perché una città non resta viva grazie ai suoi monumenti, ai suoi regolamenti o alle sue celebrazioni. Resta viva finché ogni sua istituzione – una scuola, un’associazione, una famiglia, un ufficio, una piazza – continua ad aprire possibilità invece di difendere soltanto sé stessa. Tra settecento anni nessuno ricorderà quante norme avevamo scritto. Qualcuno, però, potrebbe ricordare se quelle norme hanno reso la vita più semplice, più giusta, più umana. E questa domanda non riguarda soltanto il Comune, una scuola o un’associazione. Riguarda me. Riguarda te.
Questa sera, tornando a casa, prova a prendere in mano le chiavi che porti in tasca. Guardale una per una. E chiediti, con il coraggio che hanno solo gli uomini e le donne veramente liberi: la porta che apro ogni mattina conduce ancora alla vita di qualcuno… oppure sto custodendo una serratura di cui ho dimenticato il senso? Vado a dormire un po’ ma c’è una luna stupenda stanotte!







