Cava de’ TIrreni, Poste Italiane: la solita storia

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Sono anni che sprechiamo tempo e pazienza per denunciare il disservizio, direi il  mal-servizio, degli uffici postali (uso volutamente la “u” minuscola), che nelle intenzioni dei “capoccioni” della Direzione nazionale dovrebbero essere “la più diffusa rete di sportelli bancari l’Italia”!

Ma dopo anni la situazione non è cambiata per niente, il mal-servizio resta, gli utenti sono trattati sempre peggio, continueranno a prendere freddo, acqua e vento nei mesi freddi, ed a prendere la tintarella del sole cittadino nei mesi caldi…

Mi viene in mente una romanza dell’opera lirica l’Arlesiana di Francesco Cilea, ispirata all’omonimo dramma di Alphonse Daudet:  “E’ la solita storia”.

“E’ la solita storia del pastore, il povero ragazzo volea raccontarla e …s’addormì’. C’è nel sonno l’oblio, come l’invidio! Anche io vorrei dormir così, nel sonno almen l’oblio trovar, la pace sol cercando io vo, vorrei poter tutto scordar. Ma ogni sforzo è vano…”

Voglio avviare il discorso in maniera faceta, ma poi passeremo alle dolenti note.

Sembra che il librettista Leopoldo Mareno quei versi li abbia scritti proprio per il dramma, e la contemporanea farsa, delle poste cavesi, perché in quei versi sembra trovare tutte le difficoltà dei clienti postali accomunati alle pecore, che il pastore lascia libere nei campi, ma pure al loro sonno e all’oblio, giacché pure le pecore non fanno nulla di concreto per evitare i disagi, si lamentano solo ma poi la settimana successiva sono sempre lì come le pecore a fare la fila e a lamentarsi.

Ma c’è pure la noncuranza del pastore, vale a dire i dirigenti delle stesse, anche quelli locali, nonché la noncuranza del personale parte del quale, evidentemente assuefatta alla situazione, se la prende comoda: tanto non è più un problema suo.

In Italia siamo fatti così, la colpa è sempre di qualcuno che sta un po’ più in alto, e a furia di passare la palla sempre più su, alla fine risulta che la colpa di tutto è del Presidente dell’Ente Poste, il che può anche essere condivisibile; comunque tutti a cuccia, come il cagnone nero che ormai passa nell’ufficio centrale metelliano le sue giornate, beatamente sonnecchiando nell’ingresso.

Ma c’è chi, nonostante tutto, non si rassegna, e questa volta sembra sia l’intera redazione di questo giornale, che ha sviscerato il problema sotto tanti aspetti, focalizzando ancora meglio le varie disfunzioni.

Cerchiamo di sintetizzare i vari spunti che i redattori di Ulisse hanno focalizzato.

Tutto è partito da una segnalazione del 29.11 di un collega di Maiori, evidentemente trovatosi casualmente a Cava, che ha scattato la foto che correda questo articolo, commentando: “Situazione in questo momento alle Poste di Cava, in pieno Terzo Millennio e in piena Era Informatica e con una nostra navicella su Marte, agli uffici postali rimangono ancora file chilometriche. PARADOSSI di questo millennio.”

E sulla nostra “chat” si è immediatamente scatenato un putiferio di commenti, tutti sensati e condivisibili.

Gli argomenti in campo sono interessanti, ed è il caso di riepilogarli e approfondirli.

C’è chi sostiene che la gente è retrograda: “Ogni malcapitata volta che devo andare alla posta -asserisce una collega- prendo il mio appuntamento con l’App e il servizio sarebbe super efficiente se non fosse che, alla conclusione, giunti all’ingresso, bisogna chiedere il ‘piacere’ di entrare a tutti quelli ammassati fuori che o fingono di non capire o ti rispondono pure male. Se hai la fortuna che dall’interno qualcuno risponda al citofono e sblocchi la porta per farti entrare, cosa abbastanza rara, si può star certi che si butterà qualcuno davanti a te nella porta mentre tu stai ancora al citofono. Devo dire che i dipendenti sono stoici (sic! Ndr).”

A tal proposito la mia esperienza personale, acquisita in anni di frequentazione delle poste di Cava, mi spinge a precisare alcune cose, premettendo che la responsabilità di tutto ciò ricade, a mio parere, per il 50% sull’ente, ma per l’altro 50% sull’utenza.

Che la gente sia retrograda è un fatto accertato, ma non si può pretendere che in pochi anni tutti i cittadini si riconvertano alla digitalizzazione spinta che è avvenuta in pochi anni; è come se a un montanaro, sempre vissuto in un rifugio senza corrente elettrica, né gas di città, né riscaldamento, si offrisse una abitazione super-domotizzata, dove ha tutto quello che non ha mai conosciuto, il riscaldamento centralizzato, la cucina super digitalizzata, l’impianto di allarme, e altro ancora, tutto attivabile con un telecomando.

Si parla di “app” ma la maggior parte degli anziani ha solo il telefonino, molti non sanno nemmeno cosa sia lo “smart”, e la cosa è molto più diffusa di quanto si possa credere.

Si parla di prelievi tramite posta-mat, ma le persone anziane non si fidano, non sono esperte, e magari non vogliono nemmeno imparare.

La gente si deve abituare poco alla volta alle nuove tecnologie, specialmente se ha una certa età occorrono anni.

Certamente tutto questo non è responsabilità delle poste, che comunque non fanno nulla per alleviare i disagi.

Ma non si può non tenere conto delle abitudini consolidate, vale a dire che moltissimi la pensione la vogliono riscuotere allo sportello perché lo fanno da una vita, l’attesa e la fila consentono anche di socializzare, e di conto corrente, bancomat e “diavolerie” moderne non vogliono proprio saperne.

C’è poi il problema della la digitalizzazione spinta alla quale molti sono già abituati, come, ad esempio, l’utilizzo della PEC – Posta Elettronica Certificata per evitare l’uso della raccomandata; purtroppo questo sistema ha un difetto, è valido solo se anche il destinatario del messaggio ha la PEC, altrimenti non serve a nulla.

Altro argomento è la stoicità del personale, che a me non risulta, almeno per quello di sportello, il quale sembra prendersela comoda, anche quando sta sbrigando un cliente capita che venga interrotto da un collega col quale certamente non parla dell’operazione in corso: è capitato al sottoscritto più volte.

Purtroppo anche sulla validità dei sistemi informatici avrei molto da dire, ma lo abbiamo già fatto in passato con diversi articoli e non mi voglio ripetere.

E anche per lo “SPID – Sistema Pubblico di identità Digitale” ho avuto problemi, non ha mai funzionato, ho dovuto annullarlo e ripristinarlo due volte, alla fine mi sono salvato grazie alla “CIE – Carte d’Identità Elettronica”.

Una considerazione finale. Ma se tutto il problema sta nella fila che si crea sotto il porticato, che impedisce, fra l’altro, il distanziamento, perché non intervenire evitando che si formi?

Come?

Molto semplicemente: far attendere le persone al coperto, in un locale adiacente al piano terra, con un regola-file elettronico sul quale l’utente può prenotare il servizio che vuole ricevere, e un impianto video sul quale compare il numero della persona che può accedere e la indicazione dello sportello; un impianto del genere lo hanno persino alcune farmacie: non credo che Poste non se lo possa permettere, almeno per gli uffici centrali certamente più frequentati.

Ovviamente dovrebbe essere la direzione locale a proporlo, e attivarsi per farlo installare.

Speriamo che lo faccia.

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