Cava de’ Tirreni, la Villa Vecchia oltre i vandali: il vero nodo è il senso di comunità
La distruzione dopo il recente intervento di recupero non è solo un atto vandalico: rivela un problema più profondo, quello del degrado che non scandalizza più e di una comunità chiamata a ritrovare il valore del bene comune
La Villa Vecchia (ufficialmente Villa comunale Falcone e Borsellino) è stata recentemente oggetto di un importante intervento di pulizia e manutenzione. Verde sistemato, rifiuti rimossi, spazi recuperati e la fontana centrale finalmente restituita al decoro che meritava.
Sembrava l’inizio di una nuova stagione per uno dei luoghi della città.
Poi, a pochi giorni dalla riapertura, è bastata una notte per ritrovarci davanti a marmi divelti e frantumati, una lunga seduta distrutta, cestini rovesciati, rifiuti e muri nuovamente imbrattati.
La prima reazione è inevitabile: vandali.
Ed è giusto chiamare le cose con il loro nome. Chi distrugge un bene pubblico non compie una bravata: danneggia qualcosa che appartiene a tutti e produce un costo che, alla fine, ricade sulla collettività.
Ma fermarsi qui sarebbe troppo semplice.
La domanda che mi pongo è un’altra: perché? Perché qualcuno, dopo che un luogo è stato appena recuperato, sente il bisogno di distruggerlo?
Non ho la presunzione di avere la risposta. Ma penso che sarebbe un errore considerare questo episodio come un fatto isolato. Esiste una cosa che conosciamo bene: il degrado genera altro degrado. Una piccola trascuratezza che rimane senza risposta comunica che nessuno si occupa più veramente di quel luogo. Una finestra rotta diventa una seconda finestra rotta, un rifiuto ne richiama un altro, l’incuria diventa abitudine e, alla fine, ciò che un tempo avrebbe scandalizzato diventa normale.
Il problema è proprio quando il degrado smette di scandalizzare. E qui la questione diventa più grande della Villa Vecchia.
Da anni assistiamo, in diversi settori della vita cittadina, a problemi che si accumulano e che troppo spesso vengono affrontati quando sono ormai diventati emergenze. Non è soltanto una questione di questa amministrazione o di quella precedente. È il momento di interrogarsi sul funzionamento complessivo della macchina pubblica, sulla capacità di intervenire prima che i problemi diventino incurabili e sulla responsabilità di chi, a qualsiasi livello, è chiamato a occuparsi della cosa pubblica.
Allo stesso tempo, però, sarebbe troppo facile dare tutte le colpe alle istituzioni.
Una città non è soltanto il Comune.
Una città siamo noi.
Il cittadino che sporca, quello che distrugge, quello che vede e gira la testa dall’altra parte e quello che pensa che ciò che appartiene a tutti, in fondo, non appartenga a nessuno.
E c’è un’altra domanda che mi torna in mente.
Forse l’intervento sulla Villa ha avuto un effetto che nessuno aveva previsto: ha riportato l’attenzione su un luogo che avevamo imparato a vedere nel degrado.
Adesso dobbiamo decidere cosa vogliamo farne.
Possiamo limitarci a riparare nuovamente ciò che è stato distrutto, mettere qualche controllo in più e aspettare il prossimo episodio. Oppure possiamo utilizzare questa brutta vicenda per interrogarci sulle cause più profonde. Perché una panchina si può ricostruire, un marmo si può sostituire, un muro si può ripulire. Molto più difficile è ricostruire il senso di appartenenza a una comunità.
E allora, forse, la domanda vera non è soltanto:
«Chi sono i vandali?».
Ma: «Che società stiamo costruendo?».
Una società nella quale il bene comune è davvero comune, oppure una società nella quale ognuno difende soltanto ciò che considera proprio?
La Villa Vecchia, questa volta, potrebbe averci lasciato una lezione.
Sta a noi decidere se ascoltarla o tornare semplicemente a riparare i danni.







