Cava de’ Tirreni, città al bivio: il crollo del centrosinistra apre una sfida tutta da scrivere
Divisioni interne, voto disgiunto e leadership in crisi segnano la débâcle progressista. Il ballottaggio tra Giordano e Petrone diventa il vero banco di prova per la città
«La vittoria ha moltissimi padri, la sconfitta è orfana» è un vecchio adagio molto frequentato in politica. Le polemiche esplose nella coalizione di centrosinistra dopo il disastroso risultato di lunedì scorso sembravano confermarlo in pieno.
Il sospetto che alcuni candidati abbiano praticato il voto disgiunto è stato il detonatore di queste tensioni. È indubbio che il voto disgiunto sia stato ampiamente utilizzato: i numeri lo mostrano chiaramente. Lo dimostrano, in particolare, i voti mancati ad Accarino rispetto alle sue liste. In misura più contenuta, lo stesso fenomeno ha riguardato anche Giordano.
Stabilire oggi quanto il voto disgiunto sia stato favorito da comportamenti, diciamo così, poco coerenti di alcuni candidati, e quanto invece sia nato spontaneamente dalle scelte degli elettori, è praticamente impossibile.
Una prima verità è che Petrone e Canora hanno puntato sul voto d’opinione. Non avevano alternative: partivano più deboli e hanno cercato di colmare il divario con una campagna mirata, ottenendo risultati più che lusinghieri. Soprattutto Petrone, che è riuscito ad arrivare al ballottaggio scalzando il favorito Accarino.
La seconda verità è che la sconfitta del centrosinistra guidato da Accarino, prima ancora che elettorale, è politica. I motivi li abbiamo già analizzati in un precedente articolo clicca qui per leggere. Ed è proprio per questo che, paradossalmente, la sconfitta del centrosinistra sembra avere molti padri. Nel Pd, innanzitutto, ma il discorso riguarda l’intera coalizione: servirebbe una riflessione critica, onesta e approfondita sulle ragioni di una débâcle ampiamente annunciata. Sarebbe un segno di maturità politica, oltre che un punto di ripartenza.
Sia chiaro: il centrodestra era, ed è, elettoralmente più forte. Mai come ora si presenta coeso, motivato e favorito anche dall’avversione diffusa che la città nutre verso l’amministrazione uscente. Il centrosinistra, al contrario, si è presentato diviso, con un Pd — il partito maggiore — paralizzato e lacerato da contrasti personali prima ancora che politici, e appesantito dal disastro politico‑amministrativo ereditato da Servalli. Tutto ciò avrebbe dovuto indurre il centrosinistra, e soprattutto il Pd, a riflettere e a compiere per tempo scelte di prospettiva, non di mera conservazione del potere.
Il segretario cittadino del Pd, Carmine Senatore, ha fatto bene a rassegnare le dimissioni. Non per assumersi colpe o fare da capro espiatorio, ma per favorire un confronto politico interno vero.
Ora, però, l’attenzione della città si sposta dal fronte degli sconfitti al ballottaggio tra Giordano e Petrone. Giordano, per quanto si percepisce, punta quantomeno a riportare alle urne quella metà degli elettori cavesi che hanno votato il centrodestra. Petrone, invece, cercherà il consenso di chi al primo turno ha scelto gli altri tre candidati sindaci.
Chi avrà la meglio? Giordano è indubbiamente il più forte, ma sottovalutare Petrone sarebbe un errore. La sua comunicazione, la sua propaganda e la sua narrazione esercitano una forte attrazione su una parte consistente dell’elettorato, al di là di quanto eventualmente potranno pesare i capibastone delle liste sconfitte al primo turno.
D’altro canto, con o senza apparentamenti ufficiali o informali, il ballottaggio è una partita a sé, dove nulla è scontato. Una cosa però è chiara: Giordano ha tutto da perdere, Petrone tutto da guadagnare nella corsa alla fascia tricolore.
Resta da capire con chi dei due la città abbia più da perdere o più da guadagnare. Questo lo decideranno i cavesi, e sarà poi il futuro a dircelo.
Che Dio salvi Cava, sperando che i cavesi questa salvezza se la conquistino con il voto.







