A colloquio con Mario Desiati, vincitore del Premio Strega

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foto tratta da profilo Fb

“Spatriati, un cammino verso la libertà, lontano da pregiudizi e convenzioni”

Ho incontrato per la prima volta Mario Desiati, vincitore con Spatriati del Premio Strega 2022, nel giugno di quest’anno a Salerno, in occasione della rituale serata Stregata del Salerno Letteratura Festival.

A quel tempo, non avevo ancora letto Spatriati ed il libro non era tra le mie priorità di lettura, come spesso mi accade, quando di un libro sento parlare così tanto che mi sembra di conoscerlo già.

Ascoltando la breve presentazione, resto però colpita dalle parole di Desiati: parla di una esigenza esistenziale di emigrazione. Non è l’emigrazione economica il motore che spinge i protagonisti del libro a lasciare le radici bensì la ricerca della propria identità. Due parole dunque: emigrazione esistenziale, è questa allitterazione che accende la mia curiosità verso il romanzo di Desiati.

Spatriati è la storia di Francesco e Claudia, della loro inquietudine romantica ma tutta contemporanea, alla ricerca perenne di un equilibrio e di una identità che tuttavia rimangono sempre fluidi, difficili da imbrigliare entro canoni già conosciuti e predefiniti. Sono due pionieri, Francesco e Claudia, paradigmi di una intera generazione di quarantenni nati negli anni Settanta/Ottanta e vissuti alle prese con un mondo nuovo, globalizzato, veloce. Nessuno sarà mai come loro, non i loro genitori, reduci di un mondo che non c’è più, non i loro figli, se mai ne avranno, già abituati a vivere in un mondo interconnesso ma al tempo stesso estremamente solitario.

Non è allora un caso che Treccani abbia inserito il termine “spatriato” nei neologismi del 2022 del suo vocabolario. Quella di spatriato è davvero una condizione neonata alla quale Desiati ha trovato una definizione efficace, prendendola in prestito dal dialetto pugliese ed esportandola nella lingua italiana. Insomma, una parola “spatriata”.

Aggancio Desiati per fargli qualche domanda in un pomeriggio di fine settembre mentre è in viaggio, in treno e forse non è un caso, se è vero che questa condizione di viaggiatori migranti, pendolari, caratterizza un’epoca. Con estrema disponibilità, risponde alle mie domande che partono proprio dal riconoscimento di Spatriati come vincitore del Premio Strega nonché neologismo.

Cosa prova di fronte a questi riconoscimenti: orgoglio o senso di riscatto, di affermazione dell’identità dove spatriato non diventa più sinonimo di “disorientato” ma definisce una specifica identità che fa della irregolarità la sua forza? Quanto ha lavorato per ottenere questi risultati? Quanto lo ha sognato?

Spatriati è stato un romanzo che mi ha impegnato alcuni anni. Più che a scriverlo, ho impiegato tempo a dare equilibrio alle ombre e alle luci della storia che avevo in mente di raccontare e in particolare alla voce che cercavo e non trovavo. Sono felice perché il libro è stato letto da molti lettori, questo non posso negarlo, però penso anche che molti dei miei scrittori preferiti non hanno mai vinto premi.

In dialetto pugliese Spatriati si scrive con la schwa finale spatriètəpura coincidenza rispetto all’identità fluida di Claudia e Francesco o effettivamente ritiene che potrebbe essere una scelta linguistica più democratica?

Sicuramente più inclusiva. Mi affascina come alcuni dialetti avessero questa “modernità”.

Essere spatriato nel senso di irregolare o disorientato è forse sempre stata una condizione comune nell’adolescenza ma meno nell’età adulta a trenta, quarant’anni. La generazione attuale invece ha fatto dell’essere spatriato la sua condizione esistenziale. Lei è d’accordo? Penso ad esempio al personaggio di Paolo, al secolo Stefano Accorsi, e dei suoi fratelli e sorelle nel film A casa tutti bene. Riguardando il film di recente, ho pensato che anche loro fossero in fondo spatriati. C’è dell’immaturità in questo? Incapacità di assumersi delle responsabilità? O è solo un diverso modo di vivere? 

Non credo alle etichette generazionali ma credo che spesso essere liberi e lontani dalle convenzioni di una società e indipendenti dal giudizio degli altri sia un cammino molto doloroso che non vuol dire scevro di responsabilità.

E quanto pesa la disgregazione della famiglia tradizionale sulla necessità di questa che lei ha chiamato “emigrazione esistenziale”? Sembra che i protagonisti fuggano dalle loro radici.

“Le radici trattengono” scrive Amin Malouf. Forse gli uomini necessitano di strade più che di radici. È una suggestione che ritengo possa portare molti frutti.

Nel suo libro, Francesco e Claudia, i due protagonisti, sono entrambi spatriati. Sono per questo anche due monadi, due numeri primi come Mattia e Alice, protagonisti de La solitudine dei numeri primi, anch’esso vincitore del Premio Strega, o sono una coppia?

Secondo me non sono né monadi né una coppia, mi piace come hai definito loro “entrambi spatriati”, come se si fossero contagiati l’un l’altra la spatriatezza.

Nel loro essere simili, Francesco e Claudia compiono due scelte totalmente diverse: Claudia parte per sempre, Francesco, pur partendo, poi torna. Cosa richiede secondo lei più coraggio: andare o restare?

Dipende da chi siamo e quando lo decidiamo. Per Claudia era più difficile restare a un certo punto, mentre per Francesco il contrario. L’importante è non reprimere quei desideri che possono allargare lo sguardo sul mondo.

Al tempo stesso, la religione, spesso vituperata, diventa un punto di contatto tra Claudia e Francesco. I riti e la fede sembrano essere un punto di riferimento nel suo libro, forse l’unico punto di riferimento in una esistenza che non trova ancore a cui aggrapparsi. Professarsi cattolici oggi, non sembra un ossimoro rispetto al resto della narrazione?

Essendo il cristianesimo la religione dell’amore, quella che si fonda sull’ama il prossimo come te stesso, era un eccellente modo per pagare le vocazioni di Claudia e Francesco alla vita e lalibertà.

Spatriati è un libro molto divisivo. Personalmente conosco lettori entusiasti e altri invece scettici. Se lo aspettava? 

È il destino di tutti i libri secondo me. Non si può empatizzare con tutti i personaggi letterari.

Secondo lei, oggi, c’è davvero bisogno di lasciare l’Italia per poter trovare la propria identità e per sentirsi liberi?

È più utile lasciare i propri pregiudizi. Quelli ci sono sempre e sono infidi perché anche quando pensiamo di averli lasciati dietro riappaiono.

Infine, so che sta lavorando al suo nuovo libro. Posso chiederle come scrive lei? E dove attinge per le sue storie?

Passo molto tempo a cercare la voce. La scrittura a volte è fatta anche di tanti tempi vuoti. Senza quel vuoto non c’è ispirazione e organizzazione.

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