scritto da Gennaro Pierri - 02 Luglio 2026 09:45

Peregrinanti per questo mare… e oltre

È curioso: oggi attraversiamo il mondo con una facilità impensabile. In poche ore possiamo raggiungere continenti che, per secoli, sembravano irraggiungibili. Ma questo continuo spostarci non significa che stiamo davvero andando da qualche parte

Ci sono frasi che si leggono. E poi ce ne sono altre che sembrano aspettare qualcuno. Nella Cappella dei Marinai, nella chiesa di Raito, ce n’è una che non alza la voce e proprio per questo rimane dentro: «Peregrinanti per questo mare… ed oltre».

Ci pensavo stamattina partecipando alla messa dell’alba: oggi è festa a Raito. Ho immaginato questa frase pronunciata da uomini con le mani consumate dalla salsedine, gli occhi allenati a cercare una costa quando il cielo e il mare diventavano dello stesso colore. Uomini che non uscivano per svago, ma per vivere. E che ogni volta, prima di salpare, sapevano una cosa che noi abbiamo quasi dimenticato: il mare non firma contratti con nessuno. Forse è per questo che quella frase mi inquieta. Perché noi, invece, abbiamo costruito un’esistenza nella quale tutto dovrebbe essere garantito.

Vogliamo sapere in anticipo come andrà una relazione, un lavoro, perfino una vacanza. Misuriamo tutto, prevediamo tutto, controlliamo tutto. Abbiamo trasformato l’incertezza nel nostro nemico. Eppure è proprio l’incertezza che ha sempre fatto crescere gli uomini. Quei marinai lo avevano capito senza aver letto un trattato di filosofia. Il mare era il loro maestro. Insegnava che la forza non consiste nel dominare le onde, ma nel non perdere la rotta quando il vento cambia.

È curioso: oggi attraversiamo il mondo con una facilità impensabile. In poche ore possiamo raggiungere continenti che, per secoli, sembravano irraggiungibili. Ma questo continuo spostarci non significa che stiamo davvero andando da qualche parte. C’è una differenza sottile tra viaggiare e partire. Si può fare il giro del pianeta e rimanere identici. E si può percorrere pochi chilometri e tornare con uno sguardo nuovo.

Forse è questo il significato più autentico di quella parola antica: peregrinanti. Non persone che cambiano luogo, ma persone che permettono alla vita di cambiarle. Poi arriva quell’ultima parola, quasi nascosta. Oltre. Non indica un altro mare. Indica un altro modo di stare nel mare. Perché l’oltre comincia ogni volta che smettiamo di credere di bastare a noi stessi. Comincia quando un dolore ci rende più umani invece che più duri. Quando un incontro sposta il confine delle nostre convinzioni. Quando il perdono interrompe la logica della rivincita. Quando una domanda vale più di una risposta. Forse quella piccola iscrizione, custodita in una cappella affacciata sul Mediterraneo, racconta il segreto della vita meglio di tanti discorsi altisonanti. Non siamo nati per costruire porti dove nasconderci.

Siamo nati per salpare. E il dramma del nostro tempo non è che ci siano troppe tempeste. È che ci stiamo convincendo che la salvezza consista nel non lasciare mai il molo. Forse il mare continuerà sempre a fare paura. Ma una vita trascorsa all’ancora fa ancora più paura. Perché ci sono naufragi dai quali ci si salva. E ci sono porti nei quali, lentamente, si smette di vivere.

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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