Non sono il tuo cestino e tu non sei il mio
Un’amicizia non è un servizio di smaltimento emotivo: è uno spazio condiviso, fatto di ascolto ma anche di confini
Il tema del mio articolo di oggi mi è stato suggerito da una mia amica e ben volentieri cerco di scrivere qualcosa di sensato. C’è gente che ti telefona soltanto quando sta male. Ti racconta tutto, ti rovescia addosso rabbia, delusioni, rancori che magari non hanno nemmeno il tuo nome. Tu ascolti. Cerchi una parola giusta, qualche volta fai da argine.
Poi la telefonata finisce. L’altro si sente meglio, tu resti lì, con una stanchezza che non sai bene come chiamare. E il giorno dopo ricomincia tutto. A un certo punto viene da chiedersi: ma io, per questa persona, sono un amico o un cestino? La domanda è scomoda, soprattutto perché non sempre la risposta ci piace. Ci sono persone che confondono l’intimità con il diritto di scaricare sugli altri tutto ciò che non riescono a governare. Entrano nella tua giornata senza bussare, rovesciano il contenuto e se ne vanno più leggere.
Il problema non è che abbiano bisogno di te. È che sembrano dimenticare che anche tu hai una vita, pensieri che non racconti, giornate in cui fai fatica perfino a tenere insieme te stesso. Ma c’è una seconda questione, meno comoda. Perché qualche volta siamo noi a cercare un secchio nel quale svuotare la nostra rabbia, convinti che basti raccontarla per averla risolta. E se l’altro prova a dirci qualcosa, ci irritiamo. Non cercavamo un confronto: cercavamo un contenitore. Abbiamo imparato a scartare ciò che disturba, ma non sempre a distinguere ciò che ci fa male da ciò che semplicemente ci chiede responsabilità. E così anche le relazioni rischiano di diventare servizi di raccolta differenziata: a qualcuno consegniamo la paura, a qualcun altro la rabbia, a un altro ancora la colpa. Purché nessuno ci chieda di tenerle in mano abbastanza a lungo da capire che cosa farne. Eppure ascoltare una persona non significa diventare il deposito dei suoi malumori. Si può restare accanto a qualcuno senza lasciargli occupare ogni spazio. Si può dire «ti voglio bene, ma così mi fai male». Non è una porta sbattuta. È una porta che prova a restare aperta senza togliere a chi sta dentro il diritto di respirare. Naturalmente, ci sono giorni in cui saremo noi ad avere bisogno di essere raccolti da qualcuno.
E guai a vivere rapporti così puliti da non lasciare mai tracce. L’amicizia vera sporca le mani, qualche volta costa sonno, pazienza, persino silenzio. La differenza è che chi ti vuole bene non pretende di lasciarti sempre il lavoro da fare. Forse dovremmo imparare a riconoscere le persone non da quanto ci alleggeriscono, ma da come ci trattano quando non siamo in grado di alleggerire loro. Perché nessuno può vivere senza essere ascoltato. Ma nessuno dovrebbe essere condannato ad ascoltare sempre, fino a scomparire. E allora, prima di cercare qualcuno su cui rovesciare la giornata, o di restare ancora una volta a raccogliere i cocci di quella altrui, proviamo a domandarci: ci stiamo incontrando davvero, oppure stiamo soltanto cercando qualcuno che si porti via ciò che non abbiamo il coraggio di affrontare?







