Non guarire troppo in fretta
La fragilità non è una virtù da esibire né un difetto da cancellare. È un dato
Ti insegnano a chiudere le ferite. In fretta. Bene. Senza lasciare segni. È educazione, dicono. È maturità. Ma se fosse solo paura travestita da ordine? C’è qualcosa di sospetto nella bellezza che non porta tracce. Funziona, certo. Piace. Ma non lascia appigli. Scivola via. La verità è che ci fidiamo di più di ciò che ha rischiato di rompersi.
La fragilità non è una virtù da esibire né un difetto da cancellare. È un dato. Come il battito: o c’è o sei finito. Il punto è cosa ci fai. La nascondi e diventi corretto, prevedibile, sostituibile. Oppure la lavori e diventi leggibile. Non perfetto: leggibile. Pensaci: le persone che ti hanno cambiato non erano impeccabili. Erano precise. Dicevano le cose senza blindarle. Avevano crepe da cui filtrava qualcosa di non negoziabile. Non comfort, ma verità. Qui sta lo scarto: non si tratta di “accettarsi”, ma di decidere il materiale con cui presentarsi al mondo. Plastica liscia o superficie viva? La prima regge gli urti. La seconda li racconta.
E no, non c’è niente di romantico. La fragilità espone, fa perdere vantaggio, ti rende attaccabile. Ma è anche l’unico punto da cui può nascere qualcosa che non sia copia. Allora smetti di guarire troppo in fretta. Non tutte le ferite sono errori di sistema. Alcune sono aperture. La domanda resta: vuoi essere inattaccabile o essere riconoscibile?







