scritto da Gennaro Pierri - 30 Maggio 2026 08:00

Accorgersi: l’arte pericolosa di vedere ciò che tutti evitano

Le rivoluzioni non nascono dalle risposte. Nascono da uno sguardo che vede ciò che tutti avevano sotto gli occhi e che nessuno aveva davvero notato

C’è una ragione per cui ci piace essere distratti. No, non perché siamo superficiali. Non perché i telefoni ci abbiano resi stupidi.

La verità è più scomoda: molte volte non vogliamo accorgerci. Perché accorgersi ha un prezzo. Accorgersi significa vedere che una relazione è finita mesi prima delle parole che la chiuderanno. Significa capire che il lavoro che ci definisce ci sta consumando. Significa riconoscere che certe opinioni che ripetiamo da anni non sono davvero nostre.

L’accorgersi è pericoloso perché costringe a cambiare. Per questo il verbo più rivoluzionario del nostro tempo non è innovare, competere o performare. È accorgersi. Viviamo nell’epoca dell’informazione infinita e dell’attenzione minima. Sappiamo tutto di guerre lontane e sempre meno di ciò che accade dentro di noi. Conosciamo le statistiche, ignoriamo i segnali.

Siamo aggiornati su tutto e presenti quasi a nulla. La contraddizione è gigantesca: non siamo una società che vede poco. Siamo una società che vede troppo e comprende troppo poco. Il problema non è la mancanza di dati. È la carenza di sguardo. Guardiamo centinaia di volti ogni giorno senza accorgerci della solitudine. Leggiamo migliaia di parole senza incontrare un pensiero. Attraversiamo città intere senza notare chi resta indietro. Perfino noi stessi diventiamo invisibili a noi stessi. Eppure tutte le svolte decisive della storia personale iniziano nello stesso modo. Qualcuno si accorge. Si accorge di una menzogna. Di un’ingiustizia. Di una possibilità. Di una ferita. Di una bellezza che gli altri considerano irrilevante.

Le rivoluzioni non nascono dalle risposte. Nascono da uno sguardo che vede ciò che tutti avevano sotto gli occhi e che nessuno aveva davvero notato. Pensiamo ai grandi cambiamenti della vita. Raramente avvengono quando impariamo qualcosa di nuovo. Più spesso accadono quando vediamo finalmente qualcosa che era lì da sempre. Ecco perché accorgersi non è una forma di tranquillità. È una forma di coraggio. Perché dopo che ti sei accorto di qualcosa, non puoi più fingere di non averla vista. Forse è proprio questo che rende l’accorgersi così raro. Non manca la capacità. Manca la disponibilità a sopportarne le conseguenze. La domanda, allora, non è quante cose osserviamo ogni giorno.

La domanda è un’altra: quale verità stiamo evitando di vedere perché, se ce ne accorgessimo davvero, saremmo costretti a cambiare vita?

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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