L’uomo che non trovava più il suo nome
Quando smetti di essere quello che ride sempre, qualcuno ti chiede se hai problemi. Se cambi idea, ti accusano di incoerenza. Se cresci, c'è sempre chi preferiva il "vecchio te". Così impariamo una forma elegante di prigionia: continuiamo a interpretare il personaggio che tranquillizza gli altri
Ieri ho fatto una lunga chiacchierata telefonica con una mia amica medico che lavora a Roma (non ci sentivamo da un po’) e fra le altre cose mi ha raccontato di un uomo che, dopo un incidente, aveva perso la memoria.
Non ricordava il proprio nome, il lavoro, la città in cui era nato. Non riconosceva neppure il volto riflesso nello specchio. Eppure continuava a sorridere ai bambini. Si fermava davanti agli alberi mossi dal vento. Si commuoveva ascoltando alla radio la musica. Aveva dimenticato la sua storia, ma non aveva dimenticato come si abita il mondo.
E mi sto chiedendo se siamo davvero la storia che raccontiamo di noi stessi? O siamo qualcosa che continua a respirare anche quando quella storia si rompe? Ci hanno insegnato che costruire un’identità è il compito di una vita. Ci lavoriamo con ostinazione. Raccogliamo titoli, professioni, idee politiche, appartenenze, successi, fallimenti. Li mettiamo uno sopra l’altro come mattoni. Poi un giorno scopriamo una verità scomoda. Molte persone non ci amano. Amano la versione di noi che hanno imparato a riconoscere. Per questo ogni cambiamento crea fastidio.
Quando smetti di essere quello che ride sempre, qualcuno ti chiede se hai problemi. Se cambi idea, ti accusano di incoerenza. Se cresci, c’è sempre chi preferiva il “vecchio te”. Così impariamo una forma elegante di prigionia: continuiamo a interpretare il personaggio che tranquillizza gli altri. Non è cattiveria. È che il mondo funziona meglio quando tutto resta prevedibile. Anche il mercato ha bisogno di persone prevedibili. Gli algoritmi non cercano di conoscerti. Cercano qualcosa di molto più conveniente: poter indovinare la tua prossima scelta. Se ieri hai cliccato una cosa, domani te ne offriranno dieci uguali. Se hai paura, ti venderanno sicurezza. Se sei nostalgico, ti venderanno ricordi. Se sei arrabbiato, ti serviranno altra rabbia. L’economia moderna non commercia soltanto prodotti. Commercia abitudini. E le abitudini, lentamente, diventano identità. Forse è per questo che cambiare è così faticoso. Non perché sia difficile imparare qualcosa di nuovo, ma perché ogni cambiamento tradisce l’algoritmo, smentisce le aspettative, mette in crisi perfino chi ci vuole bene.
Eppure basta osservare la natura per accorgersi che solo ciò che è morto rimane identico. Il mare non ripete mai la stessa onda. Il cielo non conserva lo stesso colore. Persino gli alberi, che sembrano immobili, stanno continuamente riscrivendo sé stessi. Solo noi esseri umani ci vantiamo di essere “sempre gli stessi”. Come se la fedeltà alla persona che eravamo fosse più importante della fedeltà alla persona che stiamo diventando.
Da qualche tempo sospetto una cosa. Forse la domanda decisiva della vita non è: «Chi sono»? È un’altra molto più inquieta: chi sarei se smettessi, anche solo per un giorno, di comportarmi come la persona che tutti ormai si aspettano che io sia?







