scritto da Guglielmo Scarlato - 15 Settembre 2026 15:29

Nicola Sateriano, l’amico di mio padre. E quella parte di lui che oggi muore ancora

La scomparsa di un uomo che ha segnato un territorio e una generazione. Un addio che riapre la memoria, riportando alla luce legami, storie e vite intrecciate

Ho appena ricevuto la terribile notizia e scrivo queste parole con un molta fatica. L’influenza mi tiene addosso una stanchezza che non mi lascia libero il pensiero. E forse anche per questo quello che sento viene fuori in modo non perfettamente ordinato.
Ma ci sono dolori che non aspettano che le parole siano pronte.
La morte di Nicola Sateriano è uno di questi. Perché Nicola non è stato soltanto un protagonista della vita politica e amministrativa del Cilento. Non è stato soltanto il Sindaco di Santa Marina, il Presidente della Comunità Montana, il Presidente dell’Ospedale di Sapri. Non è stato soltanto l’uomo che ha attraversato più di mezzo secolo di storia del nostro territorio.
Nicola è stato carissimo amico di mio padre.
E, per me, questa parola contiene una storia intera.

Ricordo Nicola per quello che seppe dare a mio padre Vincenzo fino al suo ultimo giorno: lucidità, calore umano, concretezza.
Mio padre aveva una personalità forte, impetuosa, talvolta persino combattiva. Nicola aveva un modo diverso di stare nel mondo. Più misurato, più paziente, capace di guardare le persone e le situazioni con quella calma che non è debolezza, ma spesso è la forma più alta della forza.
Erano diversi nel carattere.
Ma si riconoscevano nelle convinzioni.
E forse proprio per questo mio padre lo portava nel cuore.
Nicola sapeva stare accanto a lui senza alimentarne le inquietudini, senza aggiungere rumore al rumore, senza sottrarsi alla realtà. Sapeva offrire un consiglio, una parola, una presenza. Sapeva essere amico nel modo più difficile: con la sincerità, la misura e la capacità di esserci davvero.
Fino all’ultimo giorno.

E poi c’è la mia storia con lui.
Una storia che mi accompagna da quando ero appena laureato.
Nicola ebbe il coraggio di scegliere me come suo difensore in un tempo nel quale i processi, nel nostro territorio, potevano essere il prolungamento giudiziario di conflitti territoriali combattuti quasi all’arma bianca.
Non era una scelta priva di significato.
Io ero giovane. Avevo ancora tutto da dimostrare. E Nicola, che conosceva uomini, istituzioni, rapporti di forza e contrapposizioni, affidò a me una responsabilità che non dimenticherò mai.
Quella fiducia fu uno dei primi riconoscimenti autentici della mia vita professionale.
Ma Nicola seppe fare qualcosa di ancora più importante.
Seppe comprendere che il mio modo di guardare alla politica non coincideva con quello di mio padre.
Io ero meno energico, meno bellicoso. Forse più riflessivo. Certamente diverso.
E Nicola non considerò questa diversità una distanza da colmare, né una debolezza da correggere.
La comprese.
La rispettò.
E, in qualche modo, seppe farla comprendere anche agli altri.
Come se avesse intuito che l’amore per le proprie idee non deve necessariamente assumere la forma dello scontro; che la fermezza può convivere con la mitezza; che si può essere fedeli alle proprie convinzioni senza trasformare ogni dissenso in una guerra.
Questa fu una delle sue grandi lezioni.
Una lezione che porto ancora con me.

Nicola ha inciso profondamente sulla storia di un territorio vasto, irregolare, difficile da governare e da tenere insieme come il Cilento.
Lo ha fatto con la concretezza di chi conosceva il lavoro, la fatica, la strada. Con quella stessa concretezza che lo aveva portato, da ragazzo, a percorrere in bicicletta le strade del Golfo per consegnare il pane.
Ma la sua forza politica non era soltanto nella capacità di fare.
Era nella capacità di comporre.
Nicola sapeva essere un autentico annientatore dei conflitti. Sapeva spegnere le contrapposizioni senza umiliare gli avversari. Sapeva trovare un punto di incontro persino tra gli opposti.
E questo richiedeva intelligenza, pazienza, conoscenza degli uomini.
Richiedeva anche una qualità che non si improvvisa: la capacità di vedere oltre il conflitto del momento, oltre la convenienza immediata, oltre la vittoria di una parte.
Era, a suo modo, uno stratega della composizione.
Uno di quegli uomini che non hanno bisogno di alzare la voce per lasciare un segno.
Pochi giorni fa, Adele , sua figlia , mi aveva scritto.
Mi comunicava, con quella delicatezza che le è propria, l’assenso del padre, con gli occhi, a un mio scritto dedicato a Vincenzo Scarlato , nell’anniversario della sua morte.
Avevo ricostruito la vicenda umana di mio padre, i suoi sei anni di dialisi, l’erosione progressiva del corpo ma non quella della mente che, invece, non si era lasciata piegare.
Il messaggio di Adele mi aveva profondamente commosso.
Ma oggi, ripensandoci, avverto anche un dolore particolare.
Quel riferimento all’assenso con gli occhi avrebbe forse dovuto farmi comprendere quanto fosse ormai grave la condizione fisica di Nicola.
Non l’ho capito.
Stupidamente, non l’ho capito.
E questa consapevolezza rende oggi quel messaggio ancora più tenero e doloroso.
Perché mi aveva riportato davanti agli occhi il sodalizio umano e politico tra due uomini così diversi nel carattere e così simili nelle convinzioni.
Nicola e Vincenzo.
Due uomini che avevano conosciuto la fatica della politica, la responsabilità delle istituzioni, il peso delle scelte.
Due uomini che avevano saputo riconoscersi, pur senza essere uguali.
E che, proprio per questo, avevano costruito un’amicizia vera.
Quando muore un amico di mio padre, nel mio universo interiore, è come se mio padre morisse ancora una volta.
È un moto dell’anima che non so governare.
La morte riapre una porta che credevo chiusa, e da quella porta torna mio padre.
Torna il suo volto.
Torna la sua voce.
Tornano gli uomini che gli sono stati accanto, quelli che hanno condiviso con lui un tratto di strada, una battaglia, una convinzione, una giornata.
Nicola era uno di quegli uomini.
Anzi, era uno dei più importanti.
E questa volta quel moto dell’anima è scattato in modo davvero atroce.
Perché Nicola non era soltanto un amico di mio padre.
Era anche una parte della memoria di mio padre.
Una parte della mia storia.
Una parte di quella comunità umana e politica nella quale sono cresciuto e che, attraverso uomini come loro, ha dato un senso alla parola impegno.

Caro Nicola,
ti ricordo per quello che sei stato.
Per la tua intelligenza limpida.
Per la tua umanità calda e discreta.
Per la tua concretezza.
Per la fiducia che mi hai dato quando ero appena laureato.
Per aver saputo comprendere la mia diversità da mio padre senza mai trasformarla in una distanza.
Per avergli voluto bene.
Per aver saputo essergli vicino fino all’ultimo.
E per aver lasciato, in questo territorio, un segno che non è soltanto amministrativo o politico.
È umano.
È fatto di relazioni, di fiducia, di riconoscimenti, di gesti che restano.
Di quella nobiltà dei piccoli gesti che, a volte, è la forma più autentica della grandezza.
Io ti porto nel cuore, Nicola.
Per quello che sei stato.
E per quello che sempre sarai.
Per me.
Per la memoria di mio padre.
Per tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerti.
Riposa in pace, Amico mio.
E, se è vero che da qualche parte gli uomini si ritrovano, spero che tu possa riabbracciare mio padre.
Sono certo che avrete ancora molto da dirvi.
Guglielmo

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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