Un uomo, fino all’ultimo giorno
Nel giorno che ritorna ogni anno, il ricordo non si limita a conservare: continua a rivelare. Nel volto di un padre si intrecciano forza, fragilità e il coraggio silenzioso di un uomo che ha attraversato la vita fino all’ultimo giorno
Il 12 settembre è il giorno in cui, ventitré anni fa, morì mio padre, Vincenzo Scarlato.
Ogni anno, quando questa data ritorna, mi accorgo che il tempo non rende necessariamente più semplice ricordare una persona. In qualche modo, fa il contrario: aggiunge particolari, cambia prospettive, illumina angoli che allora non avevamo saputo vedere. Perché ricordare qualcuno non significa fermarsi all’immagine che di lui abbiamo conservato.
Un uomo non è una fotografia.
È la storia che quella fotografia non riesce a raccontare.
È il percorso che compie attraverso la vita, con le sue svolte improvvise, le passioni, le amicizie, le convinzioni, le vittorie e le sconfitte. È ciò che sceglie, ma anche ciò che la vita gli impone. È il modo in cui reagisce quando il terreno sotto i piedi cambia e non dipende più dalla sua volontà.
Mio padre aveva attraversato la prima parte della sua vita con una grande energia.
Era un uomo forte, espansivo, curioso degli altri, capace di entrare nelle situazioni e nelle relazioni con una partecipazione quasi istintiva. La politica occupò una parte importante della sua esistenza. Non fu mai, per lui, soltanto un’appartenenza o una passione: fu un modo di stare nel mondo, di interpretarlo, di misurarsi con gli altri e con le idee.
Aveva guidato una comunità.
Aveva costruito amicizie.
Aveva coltivato convinzioni e combattuto battaglie.
Aveva conosciuto il consenso e il dissenso, le soddisfazioni e le delusioni che inevitabilmente accompagnano chi sceglie di esporsi.
E possedeva una qualità che ho sempre considerato singolare: sapeva leggere le persone.
Riusciva spesso a cogliere, dietro le parole e dietro i comportamenti, qualcosa che agli altri sfuggiva. Bastavano poche battute, una conversazione, qualche particolare. Aveva una sorta di intuito umano che gli consentiva di arrivare rapidamente al cuore delle situazioni.
Poi, nella sua vita, arrivarono i sei anni della dialisi. E oggi penso che sia sbagliato considerarli semplicemente come gli anni della malattia. Furono molto di più. Furono la sua ultima stagione.
Una stagione diversa da tutte le precedenti, nella quale la vita gli chiese una prova che non aveva scelto e che non poteva evitare.
La malattia gli impose una lotta quotidiana contro un corpo che progressivamente gli restituiva meno di quanto gli chiedesse. Gli tolse libertà, possibilità, leggerezza. Lo rese più appartato, più silenzioso, più incline alla solitudine e alla malinconia. Ma non gli tolse ciò che, in fondo, lo definiva. Anzi, forse fu proprio allora che cominciai a vedere con maggiore chiarezza qualcosa che prima avevo dato quasi per scontato: il suo coraggio.
Non il coraggio spettacolare di chi affronta una grande impresa e sa di essere osservato.
Un coraggio molto più silenzioso.
Quello di chi, ogni giorno, ricomincia. Di chi sa che la giornata che sta per cominciare non sarà facile e tuttavia la affronta. Di chi deve tornare continuamente a misurarsi con la propria fragilità e, nonostante questo, cerca di rimanere se stesso. E insieme al coraggio rimase la determinazione. Rimasero gli amici, dei quali continuava a ricordarsi e a parlare. Rimasero le sue convinzioni politiche, che continuava a discutere e a difendere. Rimase il legame con quella comunità alla quale aveva dedicato una parte così importante della sua vita. E rimase, forse più di ogni altra cosa, la sua intelligenza.
Avevo l’impressione che, man mano che la malattia gli sottraeva spazio, gli restasse ancora più tempo per osservare.
E osservava.
Ascoltava una storia e ne coglieva il punto essenziale. Gli parlavi di una persona e riusciva, spesso con poche parole, ad arrivare al fondo del suo carattere, delle sue intenzioni, delle sue contraddizioni. Come se, perdendo progressivamente la possibilità di agire sulle cose, avesse sviluppato ancora di più la capacità di comprenderle.
Era diventato più malinconico, sì. Ma non più debole. La malattia lo aveva cambiato, ma non lo aveva cancellato. Gli aveva tolto molto, ma non era riuscita a portargli via la parte più profonda di sé.
E forse è proprio qui che, oggi, sento di poterlo comprendere meglio.
Allora vedevo mio padre soprattutto attraverso ciò che era stato: l’uomo forte, quello energico, quello che aveva avuto un ruolo, che aveva guidato, discusso, combattuto, costruito.
Oggi riesco a vedere anche l’uomo che diventò quando la vita gli tolse progressivamente molte delle armi con cui aveva combattuto fino ad allora.
E quella seconda immagine, paradossalmente, non rende più piccola la prima.
La completa.
Per questo oggi non voglio scegliere quale sia il vero ritratto di mio padre.
Era l’uomo forte ed espansivo. Era il politico appassionato. Era l’amico fedele. Era l’uomo capace di guidare una comunità. Era il marito dolcissimo. Era il padre affettuoso. Ma era anche quell’uomo degli ultimi sei anni: più solo, più malinconico, costretto ogni giorno a fare i conti con un corpo che non gli obbediva più come prima, e tuttavia ancora capace di pensare, studiare, discutere, ricordare, amare le persone e le idee alle quali aveva dedicato la vita.
Ed è forse proprio questo che rende una vita umana nella sua verità. Non essere sempre uguali a se stessi. Ma riuscire, anche quando tutto cambia, a non perdere il nucleo più profondo di ciò che siamo.
Un affresco umano non nasce mettendo insieme soltanto i momenti luminosi. Nasce anche dalle ombre.
Dalle contraddizioni. Dalle ferite. Dalle stagioni nelle quali un uomo è costretto a scoprire se stesso in una forma che non aveva mai immaginato.
La vita, spesso, non procede in linea retta. È impervia, imprevedibile, qualche volta labirintica. E forse conoscere davvero una persona significa seguirla lungo tutto quel percorso, senza fermarsi al punto in cui l’abbiamo incontrata noi.
Mio padre quel percorso lo ha fatto tutto.
Fino all’ultimo giorno.
E io, ventitré anni dopo, continuo a scoprirne dei tratti che allora non avevo ancora visto.
È una cosa strana, la memoria. Pensiamo che serva a conservare le persone che abbiamo perduto. Invece, qualche volta, serve a conoscerle meglio. Perché il tempo non restituisce mio padre.
Ma mi permette, ancora oggi, di tornare a guardarlo. Di capire parole che allora non avevo compreso.
Di dare un significato diverso a gesti che mi erano sembrati normali. Di riconoscere, dentro l’uomo che ricordavo, anche quello che non ero ancora abbastanza grande per vedere.
E allora penso che forse questa sia la forma più vera della memoria: non conservare qualcuno immobile nel ricordo, ma continuare a conoscerlo, mentre il tempo passa.
E forse è questo il modo più bello che abbiamo per dire a chi non c’è più che, in qualche modo, è ancora con noi.







