scritto da Gennaro Pierri - 24 Luglio 2026 08:12

L’uomo che moriva di sete stando nell’acqua

Viviamo immersi in ciò che ci nutre, eppure finiamo per non riconoscerlo più. La bellezza, quando diventa abitudine, smette di salvarci: è allora che rischiamo di morire di sete mentre siamo ancora nell’acqua

Uno di quei messaggi che ti arrivano e ti spiazzano: “Prof, Chissà dove comincia il mare vero?” Ci ho ripensato per giorni. Perché quella domanda non parlava del mare. Parlava di noi. Credo che l’essere umano sia l’unico animale capace di morire di sete mentre ha l’acqua in bocca. Non perché gli manchi qualcosa. Perché non riconosce più ciò che lo sostiene.

È questa, forse, la malattia più silenziosa del nostro tempo. Non l’ansia. Non la fretta. L’anestesia. Ci abituiamo a tutto. Ed è una fortuna, perché senza questa capacità non sopravviveremmo al dolore. Ma c’è un prezzo. Ci abituiamo anche alla bellezza. E quando la bellezza diventa abitudine, smettiamo di vederla. Il primo stipendio diventa normale. La salute diventa normale. Una madre che aspetta il tuo messaggio diventa normale. Un amico che risponde sempre diventa normale. Persino il respiro. Sapete qual è il capolavoro del nostro tempo? Non averci convinti che ci manca qualcosa. Averci convinti che quello che abbiamo sia irrilevante. È diverso. Molto diverso. Perché, se ti persuado che non possiedi abbastanza, forse un giorno smetterai di credermi. Ma se riesco a rendere invisibile ciò che possiedi già, allora continuerai a cercare per tutta la vita. E continuerai a comprare.

Una volta il mercato produceva oggetti. Oggi produce insoddisfazione. È la materia prima più redditizia mai scoperta. Non vende scarpe. Vende la sensazione che con quelle che hai non camminerai abbastanza lontano. Non vende cosmetici. Vende il sospetto che il tuo volto abbia bisogno di essere corretto. Non vende esperienze. Vende il dubbio che la tua vita, così com’è, non sia abbastanza interessante da essere raccontata. È un’industria che non fabbrica cose. Fabbrica mancanze. E noi, senza accorgercene, finiamo per diventare collezionisti di assenze. Accumulo di fotografie, scarsità di ricordi. Accumulo di contatti, scarsità di incontri. Accumulo di informazioni, scarsità di comprensione.

Abbiamo riempito le giornate. Ma in certi momenti sembra che siano le giornate ad aver svuotato noi. La verità è che l’oceano non si vede. Come non si vede l’aria. Come non si vede il tempo mentre passa. Le cose essenziali hanno un difetto: non fanno rumore. Per questo ci accorgiamo dell’acqua soltanto quando manca. Di un padre quando la sua voce resta soltanto in un vecchio audio. Di una casa quando le chiavi non aprono più quella porta. Del corpo quando smette di obbedire. Del tempo quando qualcuno ce ne restituisce improvvisamente il valore con una diagnosi, un addio, una telefonata arrivata troppo tardi. Allora tutto cambia. Non il mondo. Lo sguardo. E forse è proprio qui l’equivoco.

Abbiamo imparato a credere che la felicità sia un luogo da raggiungere. Forse è un organo da risvegliare. Non vive fuori.  Vive nella capacità di accorgerci. Per questo diffido di chi promette una vita nuova. Le vite nuove esistono raramente. Esistono, invece, occhi nuovi. E gli occhi nuovi sono pericolosi. Perché vedono il miracolo dove gli altri vedono soltanto l’abitudine.  Vedono un padre, non un anziano. Vedono una tavola apparecchiata, non una cena qualsiasi. Vedono un pomeriggio d’estate, non un giorno da riempire. Vedono acqua. Mentre tutti continuano a chiedersi dove sia l’oceano.

Forse il destino dell’uomo non è trovare ciò che cerca, ma accorgersi, un attimo prima che sia troppo tardi, di averci vissuto dentro da sempre. E se il giorno più importante della tua vita non fosse quello in cui scoprirai un continente nuovo, ma quello in cui guarderai finalmente con occhi nuovi il continente sul quale hai camminato ogni giorno?

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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