scritto da Umberto Gaballo - 12 Settembre 2026 12:18

Cava de’ Tirreni, dal sentiero di Contropone una domanda sul futuro

Dal sentiero di Contropone affiora una domanda che riguarda non solo Cava, ma il destino dei territori: che cosa resta del legame tra comunità, paesaggio e futuro quando il modello di sviluppo smette di indicare una direzione?

Una passeggiata nel distretto Passiano, mi ha riportato indietro nel tempo. E forse mi ha fatto guardare anche un po’ più avanti.
La passeggiata era cominciata nel migliore dei modi.
Sul sentiero di Contropone, nel distretto di Passiano, ho incontrato tanti escursionisti. Gente simpatica, sorridente, felice di stare lì. Gente che, come me, aveva scelto di lasciare per qualche ora il rumore della città per ritrovare un po’ di natura.Continuando la salita, però, qualcosa è cambiato.
Ho cominciato ad avvertire un senso di malessere. Non riuscivo a capire da dove venisse. Non era la fatica della salita. Era qualcosa di diverso.
Arrivato sulla cima mi sono fermato a riposare.
Ed è stato proprio lì che ho capito.
Sono tornato indietro nel tempo.
Forse sarà l’età, forse saranno i ricordi, ma da quella cima ho rivisto una Cava diversa.
Non una città perfetta. Anche allora c’erano problemi, sacrifici e difficoltà. Ma c’era qualcosa che oggi facciamo fatica a riconoscere: un equilibrio.

C’erano le industrie tessili, il pastificio, i laboratori di falegnameria, la ceramica. L’agricoltura aveva ancora un ruolo importante. C’erano spazi, campagne, verde e montagne che facevano parte della vita quotidiana.
Era una piccola cittadina che, con tutti i suoi difetti, aveva trovato un rapporto abbastanza armonico tra abitare, lavorare e vivere il territorio.
Una Cava che qualcuno aveva definito la Piccola Svizzera.

Poi, ho guardato la Cava di oggi.
Tante case. Sempre meno verde. Servizi che spesso sembrano non essere cresciuti allo stesso ritmo delle esigenze di una città. Un territorio profondamente trasformato e una sensazione di futuro che non riesce a farsi vedere con chiarezza.
E una definizione che ormai sentiamo sempre più spesso: città dormitorio.

Ma sarebbe troppo facile fermarsi a Cava.
Quello che è accaduto qui potrebbe essere soltanto l’anticipazione di un fenomeno molto più grande.
I piccoli centri dell’entroterra si sono progressivamente svuotati. Le città hanno assorbito popolazione. Il territorio è stato consumato.
E oggi un modello simile sembra avanzare verso altri territori dell’Agro Nocerino e della Valle del Sele.
Non è una questione di colpevolizzare chi, nel corso degli anni, ha lasciato il proprio paese per trasferirsi altrove.

Le persone cercano semplicemente condizioni migliori per vivere.

La domanda è un’altra. Abbiamo costruito un modello capace di dare un futuro sia ai territori che lasciavamo sia a quelli verso i quali ci spostavamo? Perché se un paese perde abitanti, lavoro e giovani, mentre una città cresce soprattutto in abitazioni e popolazione, forse non abbiamo risolto il problema.
Lo abbiamo semplicemente spostato.

E allora viene spontaneo chiedersi che cosa intendiamo davvero per sviluppo. Costruire ancora?
Consumare altro territorio? Aumentare continuamente le abitazioni? Oppure creare le condizioni perché una persona possa vivere, lavorare, studiare e costruire il proprio futuro nel territorio nel quale è nata?

Non ho risposte facili. E forse è meglio così. Perché le risposte facili sono spesso quelle che ci hanno portato fin qui.

Mentre ero fermo sulla cima di Contropone ho pensato anche a una cosa un po’ cattiva, lo ammetto.
Forse abbiamo costruito un grande carcere con celle pagate da noi stessi. Le abbiamo costruite, arredate, riempite di comodità. E ogni tanto usciamo come premio per respirare un po’ d’aria.

Poi, ho guardato gli escursionisti che continuavano a salire. E ho pensato che forse il cancello non è ancora chiuso. Perché quelle persone stavano facendo una cosa antica quanto queste montagne: camminavano, osservavano, si incontravano.

Un tempo questi sentieri collegavano casali, montagne e territori. Gli uomini li percorrevano per lavorare, per commerciare, per raggiungere altri luoghi, per incontrare altre comunità. Oggi abbiamo strade molto più comode, ma forse rischiamo di avere perso qualcosa di quei vecchi collegamenti.
Non soltanto quelli tra i luoghi, ma quelli tra le persone.

Il sentiero di Contropone, arrivato sulla sommità, non finisce.
Si apre in più direzioni: verso Monte Finestra, verso Sant’Angelo e, scavalcando la cima, verso Tramonti.
Forse è proprio questo il bello dei sentieri. Non impongono una sola direzione. Offrono una scelta.
E forse anche una città dovrebbe avere il coraggio di scegliere la propria direzione.

Non possiamo tornare indietro di cinquant’anni. E non sarebbe neppure giusto. Possiamo però decidere se continuare semplicemente a crescere oppure provare a costruire un futuro nel quale città, paesi, montagne, agricoltura, lavoro, ambiente e comunità tornino a parlarsi.

Il sentiero del passato, qualche volta, può servire a capire meglio il futuro. Quella mattina ero partito per una passeggiata. Sono tornato con una domanda. Non riguarda soltanto Cava. Riguarda tutti noi. Quando toccherà a chi verrà dopo di noi percorrere questi sentieri, che cosa troverà?
Io una risposta non ce l’ho.
Forse sarebbe importante che cominciassimo a cercarla insieme. Se qualcuno conosce questi luoghi, ne conserva un ricordo, conosce la storia di questi sentieri o possiede una testimonianza, mi piacerebbe ascoltarla. Perché la memoria di un territorio non appartiene a una sola persona. Appartiene a tutti.

Pace e Bene.

Studioso indipendente del territorio. Le sue ricerche nascono dal cammino: percorre antichi sentieri, consulta documenti, fotografa i luoghi e raccoglie le testimonianze delle persone che ne custodiscono la memoria. Attraverso i suoi articoli ricostruisce la storia delle comunità, delle chiese, dei monasteri e dei paesaggi del territorio cavese, nella convinzione che conoscere il passato significhi comprendere il presente e contribuire a costruire un futuro più consapevole. Il suo lavoro unisce ricerca storica, osservazione sul campo e impegno civile per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale.

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