scritto da Tina Contaldo - 13 Settembre 2026 07:37

LIBRI & LIBRI Nel buio della cella, la grande illusione del cinema

«Il bacio della donna ragno» di Manuel Puig intreccia il melodramma alla repressione politica dell'Argentina degli anni Settanta

In un’Argentina segnata da profonde tensioni sociali, violenza politica e dalla cupa ombra dell’autoritarismo, la letteratura trova talvolta il coraggio di guardare dove lo sguardo pubblico non riesce o non vuole arrivare. Con Il bacio della donna ragno (El beso de la mujer araña), pubblicato nel 1976, Manuel Puig firma una delle sue opere più audaci, trasformando l’isolamento di una cella giudiziaria nel microcosmo di una nazione ferita.

La trama prende vita all’interno di una prigione di Buenos Aires, dove la storia si sviluppa attraverso un fitto e ininterrotto dialogo tra due figure opposte. Da un lato c’è Luis Molina, un vetrinista omosessuale accusato di oltraggio al pudore, che si rifugia nella memoria dei vecchi film hollywoodiani per dimenticare la miseria della reclusione. Dall’altro c’è Valentín Arregui Paz, un giovane militante di sinistra incarcerato per le sue attività sovversive, inflessibile e votato alla causa ideologica. Per far trascorrere il tempo, Molina comincia a “proiettare” a voce i suoi film preferiti. Quello che all’imizio, appare a Valentín come un fievole intrattenimento borghese o un’evasione superficiale diventa gradualmente il terreno di un’inaspettata convergenza umana. Tra le crepe della dottrina politica e dell’estetica sentimentale emerge una reciproca compassione che trasforma l’ostilità iniziale in un legame profondo.

Sullo sfondo del romanzo si avverte la pressione costante dello Stato repressivo. Puig mostra come il potere politico cerchi di strumentalizzare le fragilità umane (attraverso la figura del direttore del carcere che offre a Molina la libertà in cambio di informazioni), ma sottolinea anche la capacità degli individui di opporre una resistenza silenziosa e morale.L’autore argentino affronta con grande sensibilità i temi della marginalità sociale, della repressione sessuale e della rigidità ideologica. Nel romanzo, la fantasia cinematografica non è solo fuga, ma diventa un’arma di sopravvivenza psicologica in grado di preservare l’umanità contro la violenza della realtà esterna. Quest’opera si distingue per la sua struttura innovativa — priva di un narratore tradizionale e affidata all’alternanza di dialoghi e note a piè di pagina teoriche — e per la capacità di ritrarre con lucidità le contraddizioni dell’Argentina contemporanea. Un’opera intensa che dimostra come, persino nelle condizioni di reclusione più estreme, l’empatia e la narrazione possano rappresentare l’ultimo baluardo di libertà.

Se siamo tutti vittime di una qualche forma sociale o politica di coercizione, il libro ci insegna che abbiamo la nostra mente per evadere da una realtà alle volte stretta o estremista o ancora estremamente pudica.

La fantasia e il logos così come il racconto sono armi da tenere in considerazione, per trattenere e ricreare un mondo evanescente e ci permettono di essere effettivamente in qualità singoli individui il mezzo  tramite il quale, le modalità di analisi della realtà cambino e a loro volta cambino i valori su cui fondiamo le società e microsocietà contemporanee.

Laureata in Comunicazione Internazionale con una tesi su l’Antigone di Judith Butler, ha proseguito gli studi con un master in Europrogettazione e Internazionalizzazione delle imprese. Parla inglese, francese, greco e italiano e ha una forte passione per la scrittura che la caratterizza sin da bambina quando scriveva sceneggiature e racconti emozionanti e creativi. Fotografa e pittrice. Scrive poesie prendendo ispirazione dall’attualità soprattutto concentrandosi sul rapporto uomo/donna e sui fenomeni di migrazione volontaria o meno. Vive a Cava de' Tirreni ed è parte della Filellenica.

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