scritto da Gennaro Pierri - 01 Agosto 2026 07:16

L’uomo che continuava a portare le chiavi di una casa che non esisteva più

Le convinzioni sono come le chiavi. Non tutte vanno buttate. Ma ogni tanto bisognerebbe avere il coraggio di fermarsi, prenderle una per una e chiedersi se aprono ancora una porta

L’ho visto davvero. Camminava davanti a me. Avrà avuto settant’anni. Quando cercò le chiavi dell’auto, dal mazzo spuntava una vecchia chiave enorme, di quelle che aprivano i portoni di una volta. Mi colpì perché era consumata. Liscia. Evidentemente era stata usata per decenni. Poi immaginai una cosa. Forse quella porta non esisteva più. Forse la casa era stata venduta. O demolita. O forse erano morti tutti quelli che l’abitavano. Eppure lui continuava a portarsi dietro quella chiave.

Da allora mi torna in mente ogni volta che sento qualcuno dire: «Io sono fatto così». Ci avete mai pensato? Passiamo metà della vita a costruire chi siamo e l’altra metà a fare la guardia a quella costruzione, anche quando è diventata una rovina. È curioso. Se un ponte mostra una crepa, gli ingegneri lo chiudono.

Se un software diventa vecchio, lo aggiorniamo. Se un albero è malato, lo potiamo. Solo le idee che abbiamo su noi stessi sembrano godere dell’immunità. Quelle no. Quelle non si toccano. Eppure è proprio lì che la vita bussa. Non quando ci offre una risposta nuova, ma quando ci mette davanti una domanda che ci infastidisce.

La domanda è sempre la stessa, anche se cambia vestito: E se ti fossi raccontato male? Viviamo nell’epoca in cui tutto viene personalizzato. Le pubblicità promettono l’auto che ti rappresenta, il profumo che parla di te, il telefono che racconta chi sei. Il mercato ha capito una cosa prima di noi: non vende oggetti. Vende identità. Così finiamo per consumare anche noi stessi. Collezioniamo definizioni: introverso, estroverso, razionale, impulsivo, di destra, di sinistra, credente, scettico, vincente, fragile. Le appendiamo addosso come medaglie. O come manette. Perché ogni etichetta, dopo un po’, smette di descriverti e comincia a comandarti. È una forma di pigrizia molto elegante. La più difficile da riconoscere. Ci rassicura pensare di essere coerenti. Ma la natura non è coerente.

Il mare non arriva mai sulla riva con la stessa onda. Un bosco non produce due foglie identiche. Perfino il nostro corpo, mentre stai leggendo queste righe, ha già sostituito milioni di cellule. Solo noi pretendiamo di restare uguali. Chi ci ha convinti che cambiare idea significhi tradire sè stessi? Forse è vero il contrario. Forse il tradimento comincia quando restiamo fedeli a una versione di noi che la vita ha già superato.

Le convinzioni sono come le chiavi. Non tutte vanno buttate. Ma ogni tanto bisognerebbe avere il coraggio di fermarsi, prenderle una per una e chiedersi se aprono ancora una porta… oppure se il rumore che fanno nelle nostre tasche è soltanto il peso del passato che continuiamo a chiamare identità.

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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