Le cose più preziose muoiono in silenzio
Le cose che contano non esplodono. Appassiscono. Ed è proprio questo il loro dramma: fanno poco rumore mentre scompaiono
Non è vero che perdiamo le cose importanti da un giorno all’altro. Le perdiamo a piccoli morsi. Un messaggio rimandato. Una telefonata che “farò domani”. Un figlio ascoltato con mezzo orecchio. Un amico al quale rispondiamo con un’emoji perché siamo troppo occupati. Un libro lasciato sul comodino. Una passione che aspetterà tempi migliori.
Le cose che contano non esplodono. Appassiscono. Ed è proprio questo il loro dramma: fanno poco rumore mentre scompaiono. Viviamo nell’illusione che prendersi cura significhi aggiungere qualcosa alla vita. Più soldi. Più forma fisica. Più follower. Più risultati. Più efficienza. E se fosse esattamente il contrario? Forse prendersi cura significa togliere. Togliere il superfluo per fare spazio all’essenziale. Togliere il rumore per riuscire ad ascoltare. Togliere la fretta, che è diventata la religione del nostro tempo. Perché la fretta non ci ruba solo i minuti. Ci ruba lo sguardo.
È impressionante quanto siamo diventati bravi a osservare tutto e a vedere pochissimo. Scorriamo centinaia di volti ogni giorno, ma fatichiamo ad accorgerci di chi ci sta chiedendo aiuto. Sappiamo tutto di ciò che succede dall’altra parte del pianeta e quasi niente di quello che accade nel cuore delle persone che abitano la nostra casa.
La cura è una forma di resistenza. Resistenza all’usa e getta delle relazioni. Alla dittatura della prestazione. All’idea che abbia valore soltanto ciò che produce un guadagno immediato. Pensate a un giardino. Nessuno si stupisce se cresce l’erba cattiva quando il giardiniere smette di passarci. Ma ci sorprende vedere inaridire una relazione, una comunità, perfino la nostra interiorità, come se l’abbandono non producesse gli stessi effetti. E invece funziona così. Ciò che non viene custodito non resta fermo: lentamente si deteriora. Anche noi. Per questo la domanda decisiva non è: che cosa desidero dalla vita? La domanda è infinitamente più scomoda.
Che cosa sto nutrendo ogni giorno, anche senza accorgermene? Perché tutto ciò che alimentiamo cresce. Vale per l’amore, per il rancore, per la speranza, e vale perfino per l’indifferenza. Alla fine, la nostra vita assomiglia sempre al giardino che abbiamo deciso – oppure smesso – di coltivare. Il vero fallimento non sarà aver vissuto poco, ma aver dedicato il meglio di noi a ciò che, tra qualche anno, non ricorderà nemmeno il nostro nome.







