Le cose che non servono a niente
In un tempo che misura tutto in utilità, rischiamo di smarrire ciò che ci rende umani. Difendere l’inutile significa difendere la vita nella sua forma più autentica
Ieri sera ho visto un ragazzo uscire da una libreria del corso cittadino qui a Cava con un romanzo sotto il braccio. La fidanzata (credo che lo fosse dal modo con cui si sono baciati) gli ha sorriso e gli ha chiesto, quasi per scherzo: «E a cosa ti serve»? Lui ha riso. Poi è rimasto zitto. Ma quella domanda mi è rimasta addosso per tutta la giornata.
A cosa serve? È diventata la domanda più importante del nostro tempo. E, forse, anche la più pericolosa. La rivolgiamo a tutto. A una laurea. A una passeggiata. A un viaggio. A una lingua antica. A una poesia. Perfino a un’amicizia. Come se il valore di una cosa dipendesse esclusivamente dal profitto che riesce a produrre. Abbiamo trasformato l’utilità nel metro con cui misuriamo perfino la bellezza. Così leggiamo per acquisire competenze. Ascoltiamo un podcast per diventare più efficienti. Frequentiamo un corso perché “potrà tornarci utile”. Persino il tempo libero deve essere produttivo. Persino il riposo deve avere un obiettivo. Ci siamo infilati dentro una gabbia senza quasi accorgercene. Perché il mercato non vende soltanto oggetti. Vende un’idea di uomo. Un uomo che vale per ciò che produce, che consuma, che ottimizza, che monetizza. Un uomo che deve sempre migliorarsi, sempre correre, sempre dimostrare qualcosa.
Eppure la civiltà è nata esattamente dal contrario. Pensateci. Chi ha dipinto le pareti delle grotte non stava aumentando il PIL del suo villaggio. Chi ha scolpito una cattedrale sapeva che non l’avrebbe mai vista finita. Chi ha composto musica, scritto versi o dipinto un affresco non stava inseguendo un algoritmo. Stava compiendo un gesto profondamente inutile. Ed è proprio quell’inutilità ad aver costruito il mondo. Le cose che cambiano davvero una persona raramente sono quelle che “servono”. Serve imparare una lingua, ma innamorarsi di una lingua è un’altra cosa. Serve mangiare, ma una cena che diventa memoria non obbedisce alla nutrizione. Serve una casa, ma ciò che la trasforma in un luogo dove tornare non si compra in nessun negozio. Forse ci stiamo dimenticando una verità semplice.
L’essenziale non produce risultati immediati ma produce esseri umani. Un bambino che osserva una formica per dieci minuti sta perdendo tempo? Un anziano che resta seduto davanti al mare senza fare nulla è improduttivo? Due amici che parlano fino a tardi senza concludere niente stanno sprecando una serata? No. Stanno facendo una cosa che il nostro tempo considera quasi scandalosa. Stanno vivendo. È curioso.
Abbiamo inventato macchine capaci di svolgere in pochi secondi il lavoro di ore. Eppure non abbiamo guadagnato tempo. Lo abbiamo semplicemente riempito di altro lavoro. Come se il problema non fosse più fare fatica, ma sopportare il vuoto. E invece il vuoto è il luogo dove nascono le domande vere. Quelle che nessun motore di ricerca può suggerirti. Quelle che nessuna intelligenza artificiale può vivere al posto tuo. Forse dovremmo ricominciare da qui. Difendere almeno una cosa inutile ogni giorno. Un libro letto senza cercare una lezione. Una musica ascoltata senza fare altro. Una passeggiata senza contare i passi. Una chiesa visitata senza fotografarla. Una conversazione senza guardare l’orologio. Perché, alla fine, la domanda non è se queste cose servano. La domanda è un’altra, infinitamente più scomoda. Se eliminassimo dalla nostra vita tutto ciò che non produce un vantaggio, quanto resterebbe di ciò che ci rende veramente umani?








Complimenti. Putroppo in questa nostra epoca se non c’è un vantaggio anche economico tutto diventa inutile.